Un bosco da vivere

(dal numero di ottobre 2023 di LiberEtà Toscana)

Foto di Pietro Ruffolo

A trent’anni dalla sua istituzione, il Parco delle Foreste Casentinesi è un ecosistema unico con alberi centenari e la sua biodiversità, tra le aree protette più importanti del mondo. Intervista al presidente dell’ente, Luca Santini

Lo scrigno verde. Luca Santini, presidente del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna nonché da marzo di Federparchi-Europarc Italia, ci riceve nella sede del parco a Pratovecchio. Insieme a me e a Pietro Ruffolo, sono venuti per un saluto il segretario dello Spi di Arezzo, Giancarlo Gambineri, e quello della Lega casentinese, Fiorenzo Pistolesi. Santini ci parla con orgoglio ed entusiasmo di questo “scrigno verde” e il racconto ci affascina per il sapere e la passione che traspare in ogni sua parola. Questo in sintesi quello che ci ha raccontato, una bella lezione sul bosco. Il parco, che quest’anno festeggia il suo trentennale, si estende per 368 chilometri quadrati lungo il confine tra Toscana ed Emilia Romagna, a cavallo tra le province di Forlì-Cesena, Arezzo e Firenze. Dal 2013, anno di inizio della sua presidenza, Santini ha cambiato strategia rivolgendosi a un target di persone particolarmente sensibile ai temi della natura. Da allora, molte cose sono accadute: nel 2017, 7.700 ettari del parco sono stati decretati dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità. Nel 2021 l’Unione internazionale per la conservazione della natura ha inserito il parco nella green list delle 69 aree protette del mondo. Un protocollo stipulato con ristoratori, agriturismi, pro loco e agricoltori, per la promozione e la tutela del territorio, ha permesso lo sviluppo di un’economia circolare e un’offerta turistica a tutto campo: natura, emozioni, arte, buon cibo, attenzione per il visitatore. I pernottamenti nell’area del parco sono passati dai 180 mila del 2013 ai 500 mila del 2022.

Un parco unico.
L’unicità e la grande importanza del parco stanno proprio nell’estensione delle sue foreste che ricoprono ben 32.000 ettari. «Uso il termine foresta – afferma Santini – così come definita da Fabio Clauser, il decano dei forestali italiani: un bosco diventa foresta quando i suoi alberi sono lasciati liberi di svilupparsi in un’area abbastanza vasta nelle loro naturali dimensioni. Questo vuol dire che la foresta ha bisogno di tempo, affinché gli alberi possano diventare adulti e invecchiare, come alcuni alberi della riserva che hanno più di seicento anni, fornendoci i “servizi ecosistemici” di cui abbiamo bisogno: l’assorbimento della CO2, il rilascio di ossigeno, il contrasto al dissesto idrogeologico. Sento dire spesso che il bosco ha bisogno delle cure dell’uomo altrimenti muore, ma è vero l’opposto: è l’essere umano ad avere bisogno del bosco. La dimostrazione lampante viene proprio dalla Riserva di Sasso Fratino, dove dal 1959 la foresta non ha più visto l’intervento umano. Qui non a caso durante l’alluvione di questa primavera non ci sono stati smottamenti, mentre dove facciamo manutenzione abbiamo avuto frane e allagamenti. Questo non significa che non dobbiamo tagliare – spiega Santini – ma dobbiamo farlo con attenzione, assecondando la successione forestale naturale. Ma soprattutto non va ricavata
energia dalla combustione del legno».

Immergersi nella foresta.
Camminare in un bosco ci dà piacere ed emozione, rimaniamo incantati dalla maestosità degli alberi, annusiamo i profumi delle piante, ascoltiamo il canto degli uccelli o il bramito del cervo. Ci sono studi che dimostrano come entrare in contatto con gli alberi produca benefeci psicofisici nell’uomo. «In una foresta vetusta, matura – spiega il presidente del parco –, dove ci sono cioè alberi che hanno dai settanta ai seicento anni vengono liberati i “terpeni”, sostanze che abbassano il livello di cortisolo, l’ormone responsabile dello stress e di molte malattie. Noi lo abbiamo sperimentato sul campo con il professor Franco Berrino. Abbiamo misurato il livello del cortisolo in alcune persone prima e dopo una “immersione in foresta” (meglio conosciuta come forest bathing o shinrin yoku, la pratica giapponese di fare lunghe passeggiate nei boschi) di tre o cinque giorni e al termine dell’esperienza abbiamo rilevato come i valori erano calati significativamente». Ancora: «Quale fondamento ha l’egocentrismo dell’uomo con i suoi 350 mila anni di storia evolutiva di fronte agli alberi che ne hanno ben più dei quattro milioni necessari a dichiarare una specie adattiva, cioè in grado di rispondere ai mutamenti per restare in vita? Noi pensiamo di saper risolvere i problemi, in realtà ci comportiamo come tutti gli animali: come un erbivoro scappa da un carnivoro, noi scappiamo da guerre, carestie o siccità. Gli alberi invece sono “sessili” cioè ancorati al loro substrato per tutta la vita. Pensate quindi quante avversità, calamità atmosferiche, attacchi di parassiti ha affrontato uno dei nostri faggi ultracentenari!». E in una foresta vetusta questi incredibili esseri viventi risolvono i problemi comunicando tra loro e aiutandosi attraverso i loro impianti radicali o segnali elettrici: «Sono in grado ad esempio di far arrivare acqua all’albero che non ce l’ha o ad “avvisarsi” se c’è l’attacco di un parassita, mettendo in atto difese efficaci. Noi li pensiamo come singoli individui, mentre sono un unico organismo: questo aspetto di comunità dovremmo mutuarlo da loro». Come salvaguardare un ecosistema così complesso? «Per fortuna le nuove generazioni hanno una particolare sensibilità per le problematiche
ambientali. Invece del folle e dispendioso esperimento di Elon Musk di catturare CO2 e trasformarla in carbonato di calcio, una macchina ce l’abbiamo già, funziona ed è gratis: l’albero. Dobbiamo prima di tutto conservarli e piantarne di nuovi, sapendo che gli alberi svolgono la loro funzione solo dopo 30-40 anni».

Più spazio per gli alberi. «Del terreno occupato dall’agricoltura – continua – il 20 per cento è destinato all’alimentazione umana e il restante 80 a quella animale, ma mentre il primo fornisce l’80 per cento delle calorie necessarie all’uomo, il secondo solo il 20. La soluzione è diminuire gli allevamenti intesivi e mangiare meno carne. Così troveremo lo spazio per piantare i mille miliardi di alberi richiesti dagli scienziati e ripristinare, forse tra settant’anni, un po’ di equilibrio». Santini ci ha raccontato tanto altro, sulla biodiversità, sul comportamento di lupi e cinghiali, sfatando alcune false credenze su di loro, ma questa è un’altra storia…Ve la racconteremo presto! Ci siamo lasciati con la promessa di rivederci la prossima volta nel bosco e il progetto di coinvolgere pensionate e pensionati dello Spi casentinese come volontari del parco.

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