Il 25 aprile? Vive nelle lotte dei giovani

(dal numero di aprile 2026 di LiberEtà Toscana)

di Alessio Dolfi

A ottantuno anni dalla Liberazione c’è chi vuole tornare indietro, schedando gli studenti, etichettando le scuole, mettendo al bando l’antifascismo. Noi ragazzi non lo permetteremo

Sono nato cinquantasette anni dopo la Liberazione, dopo la Resistenza, dopo la nascita della nostra Repubblica. Cinquantasette anni, più di mezzo secolo, sono tanti. In cinquantasette anni cambiano un sacco di cose: la tecnologia avanza, le città mutano, le foto si sbiadiscono, e il ricordo? Anche il ricordo, con il tempo – se non coltivato – tende a sbiadire, diventa debole e facile da manipolare. Dopo mezzo secolo, chiunque con un po’ di furbizia può “mandare in prescrizione” quanto avvenuto, rivedere la storia e mischiarla con la memoria, fino a radicare nelle persone la convinzione che siano la stessa cosa. In casa mia il 25 aprile, invece, è sempre stato a colori: la sveglia presto, le persone in piazza, le bandiere, i canti, era tutta una festa. Ma una festa per cosa? A chiederlo a un ragazzo nipote di partigiano sembra scontato, ma effettivamente la domanda è lecita: perché un bambino nato a cinquantasette anni da quella storia dovrebbe fare festa? Perché dietro a quelle foto sbiadite, a quelle bandiere decorate, a quei monumenti, ci sono volti e vite di donne e uomini che hanno dato tutto affinché noi potessimo vivere in un mondo migliore. Il 25 aprile rappresenta questo per me, in fondo, la possibilità di dire “grazie” a chi ha portato avanti quella lotta, a chi ha sognato qualcosa che sembrava allora impossibile: pace e libertà.

Oggi siamo a ottantuno anni dalla fine di quella lotta. I confini tra memoria e storia sembrano ormai svaniti, e quelle foto talmente sbiadite che l’antifascismo è diventato un’ideologia da combattere, reprimere, sradicare dalla società. Siamo nati a mezzo secolo da quel sogno di futuro che una generazione come la nostra si è caricata sulle spalle, per tutte le persone, non solo per chi la pensava come loro. Siamo nati a mezzo secolo da quel piccolo pezzo di carta che – come una bussola – ci indica la direzione, anche nei momenti in cui il cielo è nuvoloso e non si vedono stelle. Un pezzo di carta che ha intriso in ogni parola, in ogni frase, in ogni articolo i valori della libertà, della democrazia e della Repubblica.

La mia generazione si trova in un mondo che cambia, ormai irriconoscibile, che sembra essersi perso. Una generazione che non ha certezze sul proprio futuro, che ha difficoltà a immaginarsi tra vent’anni (figuriamoci mezzo secolo), eppure combatte nei luoghi della democrazia: nelle piazze, per le strade, sui social, sì, anche lì perché sono uno strumento fondamentale per la diffusione delle idee e la mia generazione ha capito che non possiamo farne a meno. Non perché ne sia dipendente, ma perché ogni strumento, se studiato e conosciuto, dipende dall’essere umano che ha la facoltà di decidere se questo è utile o dannoso. Siamo nati a mezzo secolo da quel 25 aprile e non abbiamo paura di esporci, a dire che a Gaza è in atto un genocidio, che non possiamo rinunciare al diritto internazionale e che l’antifascismo non è una cosa di sinistra, è la base identitaria (nel senso più alto e bello) di chiunque scelga di sentirsi italiano.

Sono nate a mezzo secolo dalla lotta partigiana le ragazze che gridano per un futuro di giustizia sociale e climatica. Sono nati a mezzo secolo dallo sciopero proclamato da Pertini, i ragazzi che si ribellano a chi vorrebbe etichettare le scuole, schedare i professori, reprimere la libertà di pensiero, insegnamento e manifestazione. Siamo a ottantuno anni da quel coraggio di scegliere, e mentre le foto sbiadiscono e la memoria si confonde con la storia, la mia generazione, ne sono sicuro, avrà quello stesso coraggio per guardare in faccia la realtà e costruire un futuro migliore.

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