Diario delle cento piazze | 8. Siena “Senza la sanità pubblica arriveremmo a dover ipotecare anche la casa”

«Firmo perché credo che una società civile si basi sull’aiuto gratuito dell’altro. Il sistema sanitario pubblico è un bell’esempio di questo principio» dice Felice Perillo, 36 anni, medico a malattie respiratorie dell’ospedale Le Scotte di Siena. È un giovedì mattina di fine novembre. Si è appena fermato allo stand dello Spi Cgil dove si raccolgono le firme della petizione per salvare la sanità pubblica e sostenere la proposta di legge della Regione Toscana insieme alle regioni Puglia ed Emilia Romagna. Dalle parole del medico emerge la spinta di solidarietà, uno spirito solidaristico che accompagna anche la riflessione di Andrea Martini di Monteriggioni mentre mette la sua firma sulla petizione della Cgil. «Sono stato operato al cuore – dice Martini – mi hanno messo i bypass, ho saputo che il mio intervento chirurgico sarebbe costato decine di migliaia di euro, circa 40mila. Sono tanti soldi. Per questo ringrazio i cittadini italiani, perché mi hanno permesso di vivere grazie alla sanità pubblica». Martini conserva un animo battagliero nonostante i capelli a tratti imbiancati. «Io voglio una sanità pubblica, efficiente – aggiunge – dobbiamo dire di no a chi vuole dare soldi al privato tagliandoli al pubblico. Senza la sanità pubblica come faremmo per una operazione come la mia? Arriveremmo al punto di dover ipotecare anche la casa, ammesso che uno ce l’abbia».

La solidarietà evocata dai due firmatari richiama lo spirito solidaristico che portò alla nascita del Servizio sanitario nazionale con la legge 833 del 1978, tra l’altro firmata dalla prima donna ministro della Repubblica, Tina Anselmi. Quella legge recepì il principio sancito dall’articolo 32 della Costituzione prevedendo un sistema pubblico che avrebbe dovuto garantire le stesse prestazioni sanitarie a ogni cittadino su tutto il territorio nazionale. La salute intesa non solo come un bene individuale ma come una risorsa della comunità; tutti devono poter accedere alle prestazioni senza distinzioni di condizioni individuali, sociali ed economiche. Oggi questi principi si stanno assottigliando, con la ‘scusa’ della mancanza di risorse si riapre la strada a profonde disuguaglianze nell’accesso alla sanità: chi ha i soldi può curarsi, chi non li ha no. «In questo ospedale hanno salvato mio marito» dice Mirella di Montevarchi. È una donna minuta, ha 78 anni, è arrivata alle Scotte di buon mattino in pullman. «Gli è stato trapiantato il cuore 18 anni fa, dopo circa dieci anni da infartuato. Io questo ospedale, la sanità pubblica, devo ringraziarli» aggiunge mentre firma la petizione. Allo stand dello Spi senese si fermano in tanti, medici, infermieri, operatori ospedalieri e delle associazioni di volontariato, pazienti. C’è chi ricorda con orgoglio l’eccellenza della sanità pubblica toscana, allarmato dal fatto che «purtroppo è in atto un processo che ci spinge sempre di più verso quella privata» dice Vincenzo Cori, 73 anni, di Siena. «Ricordo – aggiunge – quando anni fa accompagnai una mia parente a un controllo specialistico a Pavia, con un’ambulanza di una nostra associazione. La spesa del viaggio venne coperta dalla Regione Toscana e a Pavia, lo ricordo ancora, rimasero stupiti di questo. Ora invece si punta a ingrassare la sanità privata ma io non voglio il modello lombardo, ecco perché firmo».

Simone Pizzichi, segretario dello Spi Cgil Siena, continua a distribuire i volantini che invitano a firmare la petizione. Insieme a lui ci sono Fabio, metalmeccanico in pensione, Massimo ex Fiom, Lucia Barbi segretaria generale della funzione pubblica Cgil di Siena, Lea Chilleri dello Spi. Un altro medico si ferma davanti allo stand. «È un momento critico per il servizio sanitario nazionale perché le risorse sono scarse e soprattutto perché il governo di destra vuole tagliare la sanità pubblica, che comunque va ristrutturata eliminando gli sprechi, dove ci sono» dice Francesca Marchi, quasi cinquant’anni, tecnico di neurofisiopatologia.

Lo Spi di Siena conta 24.098 iscritti (il 31 dicembre 2022) e a fine novembre scorso aveva raccolto circa seimila firme per la petizione. Una buona parte di queste anche dalle tappe all’ospedale delle Scotte, dove lavorano 2800 persone. Molti sono preoccupati anche per i tagli alle pensioni. Chi può cerca di andarsene in pensione il prima possibile. «Ci sono medici che sono venuti in Cgil a farsi fare i conteggi e hanno fatto subito domanda di pensione per poter uscire entro il 31 dicembre 2023. Altrimenti rischiavano di perdere centinaia di euro al mese, in un caso addirittura quasi 1500 euro mensili in meno» dice Lucia Barbi. Cambiare le regole con validità retroattiva, azzerando la valorizzazione del periodo retributivo, è una ingiustizia alzano la voce medici e dipendenti degli enti locali.

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