(dal numero di febbraio 2026 di LiberEtà Toscana)
Il manifesto di alcuni economisti pone il problema di come tornare a un’economia con salari più alti. Turismo e servizi da soli non bastano
Che senso ha un manifesto per la reindustrializzazione (Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto, Reindustrializzare la Toscana – Un manifesto»)? In fondo il processo di deindustrializzazione è in atto da tempo nella maggior parte delle nostre economie: perché è, oggi, un problema? Per rispondere occorre fare un passo indietro per ricordare le caratteristiche del nostro modello di sviluppo che per lungo tempo ha goduto del processo di globalizzazione seguito alla Seconda guerra mondiale. La libera circolazione delle merci ha consentito al nostro paese di occupare spazi importanti nel commercio mondiale per merito di un’industria manifatturiera legata al made in Italy. Le esportazioni sono state il motore primo dello sviluppo del paese e il manifatturiero ne è stato il protagonista principale, con una produzione in continua espansione. Il miglioramento delle condizioni di vita che ne è conseguito ha alimentato una crescita ancora più sostenuta del terziario: la domanda dei consumatori si è rivolta in modo crescente verso i servizi (attività ricreative, assistenza, cura della persona, comunicazioni), così come quella delle stesse imprese manifatturiere che hanno sempre più la necessità di incorporare servizi qualificati all’interno dei propri processi produttivi.
L’economia toscana si è fin da subito inserita in questo modello con il successo delle sue produzioni più tradizionali, soprattutto nel settore della moda, realizzate con la piccola impresa dei distretti industriali, diffusi in modo particolare nella Toscana centrale. Vale la pena ricordare che l’evento fondatore del made in Italy si fa risalire alla prima sfilata di moda, tenuta il 12 febbraio 1951 a Firenze a villa Torrigiani. Anche in Toscana alla crescita della produzione industriale se ne è affiancata una ancora più intensa del terziario, rafforzata dalla forte attrattività turistica, alimentando già dalla metà degli anni Settanta un processo di deindustrializzazione “relativo” che non era un problema, dal momento che la produzione industriale continuava ad aumentare e con essa le esportazioni, trascinando l’intera economia.
Il quadro però inizia a modificarsi verso la metà degli anni Novanta quando, al calo del peso dell’industria si affianca la difficoltà di mantenere le quote di mercato: le esportazioni non crescono più al ritmo del passato subendo le conseguenze dell’ingresso di nuovi paesi nel commercio mondiale. A quel punto, il manifatturiero rallenta in modo preoccupante. La conseguenza è che, come in Italia, la crescita dell’economia toscana rallenta e la produttività del lavoro resta praticamente ferma con una remunerazione dei fattori produttivi stagnante e salari addirittura in diminuzione. Le negative vicende internazionali – dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi – hanno colpito un sistema già fragile. Il manifatturiero ne ha subìto le maggiori conseguenze con una caduta senza precedenti, mai più recuperata: la successiva ripresa è stata infatti estremamente debole, seguita, negli ultimi mesi, da una caduta della produzione anche in alcuni dei settori che pure avevano registrato notevoli successi negli anni precedenti (la moda in particolare): la deindustrializzazione da relativa si è, quindi, trasformata in assoluta, rappresentando una vera e propria emergenza per l’economia della regione. Se le conseguenze di questo percorso sono chiare (la caduta dei redditi da lavoro), resta aperta la questione di quali ne siano le cause, non attribuibili interamente al mutato contesto internazionale: la reazione della regione e dell’intero paese sono peggiori di quelle di altri paesi dell’Unione.
C’è un carattere latente nel nostro modello di sviluppo che tende ora a emergere in modo più evidente: in un clima mondiale più agguerrito, le forze produttive (per lo più prive di grandi capitali) hanno maggiori difficoltà a reagire e tendono a rifugiarsi in settori più protetti, meno sottoposti alla concorrenza internazionale. L’attrattività turistica, da un lato, e l’invecchiamento della popolazione, dall’altro (particolarmente presenti in Toscana), generano una domanda di servizi in grado di fornire occasioni di investimento sicuri ma con impiego di lavoro a basso contenuto di conoscenza e bassi salari. Quel processo di deindustrializzazione (o se vogliamo di terziarizzazione) apparso a lungo come fisiologico, sta diventando l’espressione di una preoccupante debolezza cui occorre porre rimedio salvo cadere in un inesorabile declino. Non è facile trovare una soluzione per interrompere l’inerzia del passato. Il nuovo percorso dovrà stare all’interno di un perimetro definito da quattro coordinate: efficienza, sostenibilità, sicurezza, equità. Alcune di queste coordinate sono di per sé esplicative. È utile invece soffermarsi sul concetto di sicurezza: vi rientra la sicurezza del lavoro e nel lavoro, ma anche una maggiore sicurezza dei mercati di sbocco delle nostre esportazioni e, soprattutto, la certezza degli approvvigionamenti. I primi sono divenuti più difficili da raggiungere per il mutato quadro geopolitico e per la guerra dei dazi di Trump. I secondi risentono di catene globali del valore che si sono spesso inceppate in questi anni facendo mancare ai produttori, a valle della filiera, i rifornimenti. In primis quelli energetici. Una tendenza che rischia di rafforzarsi in futuro. Ciò significa che occorre affiancare al tradizionale modello orientato all’export anche uno di sostituzione delle importazioni, laddove una nostra produzione è realizzabile. Certamente nel settore energetico, in cui la Toscana presenta già alcuni punti di vantaggio, sfruttando anche le risorse del Green deal europeo. Occorre prendere atto che alcune produzioni non saranno più possibili e altre andranno invece stimolate e sostenute come nella “distruzione creatrice” di schumpeteriana memoria.









