Affrontare il cambiamento

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La società che cambia, le pensioni, il lavoro, l’immigrazione, il ruolo del sindacato nel governare tutto questo e la sua autonomia, gli appuntamenti del 2018: la Segretaria generale dello Spi Cgil Toscana Daniela Cappelli ha affrontato queste e altre questioni durante l’ultimo Direttivo del 2017. Quelli che seguono sono alcuni passaggi della sua relazione.

 

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«Siamo un sindacato che negozia e contratta, ma che fa anche servizio; che prova a portare a casa risposte per chi rappresenta, dal livello locale a quello nazionale. Ma questo è possibile perché, insieme alla Cgil, siamo uno dei pochi soggetti radicati profondamente nel territorio. La rappresentanza più vera della democrazia partecipata nel territorio.
Lo dico anche a chi negli ultimi anni ha cercato di non riconoscere i corpi sociali, di deriderci (ricordate quando a proposito della difesa dell’articolo 18 è stato detto “è come pensare di prendere un iPhone e dire dove lo metto il gettone del telefono? Come prendere una macchina fotografica digitale e provare a metterci il rullino”?): ma noi siamo quelli che con la piattaforma e la vertenza sulle pensioni hanno riconquistato tavolo e rappresentanza. Un risultato politico importante che esige anche il rispetto dell’intesa e dei risultati raggiunti nella prima fase.

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Il 2 dicembre (2017, ndr) siamo stati impegnati nella manifestazione nazionale indetta dalla Cgil per rivendicare gli impegni che il Governo aveva preso con noi sulla previdenza, e che non ha rispettato, e per una Legge di Bilancio che non dà risposte ai temi del lavoro, ripropone tagli alla sanità e alle politiche sociali, cavalcando ancora una volta la politica dei bonus.
L’unico intervento positivo che abbiamo registrato in questa Legge di Bilancio riguarda il finanziamento per il rinnovo dei contratti pubblici. E se c’è un piccolo passo avanti per quanto riguarda la povertà (la parificazione fiscale tra pubblico e privato della previdenza complementare), bisogna dire che è frutto della nostra battaglia. Positivo anche l’emendamento sul pagamento delle pensioni il primo del mese e la decisione di rendere strutturale questa misura evitando cosi ulteriori disagi per milioni di pensionati o arrivare ogni anno alla fine di dicembre per rivendicare un diritto sacrosanto. Dopo di che sul resto di quel confronto il risultato non era soddisfacente, rimangono da risolvere problemi importanti (penso per tutti al tema della pensione dei giovani che non avrebbe avuto impatto di bilancio pubblico immediato, al riconoscimento del lavoro di cura delle donne, alla revisione dell’aspettativa di vita). Per questo siamo scesi in piazza e, come abbiamo detto, la vertenza per noi rimane aperta.

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Noi tutti abbiamo contribuito alla riuscita della manifestazione, ma credo che sia altrettanto importante per un gruppo dirigente provare a leggere i problemi che abbiamo incontrato.
È necessario che la gente, la nostra gente e non solo, conosca quello che noi proponiamo, così come è necessario che noi siamo disponibili ad ascoltare le loro idee.
Se vogliamo tenere aperta la vertenza, dobbiamo promuovere un dibattito, che coinvolga tutti, sui temi confederali. Sulle questioni più generali: dove va il Paese, come costruire una prospettiva di cambiamento, quale welfare, quale sanità, quale sistema contrattuale.
E sono convinta che questa operazione di tenuta della vertenza dobbiamo cercare di farla unitariamente.
Ci aspetta un gran lavoro per tener vivi i temi e gli obiettivi della piattaforma e per ricostruire un rapporto unitario utile a sostenerli.
È importante che lo Spi nazionale, abbia ripreso il confronto con Fnp e Uilp e stia lavorando a una proposta unitaria per una legge sulla non autosufficienza da presentare al futuro Parlamento e alle forze politiche nella prossima campagna elettorale. Se si riuscisse a concretizzare, sarebbe un fatto veramente importante. Per il merito delle questioni che poniamo e perché riaprirebbe, da subito, un percorso unitario utile per tutti.

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Penso anche alla importanza di una Organizzazione come la nostra dove il dissenso è libero e costruttivo. Perché è anche attraverso questo che si costruisce una idea comune. Lo Spi, come al solito, contribuirà con le proprie idee e proposte a supportare la Cgil in questo percorso.
Un sindacato che prova a guardare ai cambiamenti tenendo anche conto della realtà politica che ha intorno. Una politica che è totalmente diversa rispetto al passato. E la nostra relazione con la nuova politica la possiamo misurare confrontandoci con tutti, ma sulla base della nostra azione programmatica, del nostro progetto di società.
Continuiamo ad essere rigorosi e gelosi della autonomia sindacale della Cgil, come siamo convinti che l’autonomia ha bisogno di idee, di proposte e prima di tutto che la Cgil sia unita.
E la Cgil unita è un valore per il Paese. Noi siamo la prova evidente che si può stare insieme pur con opinioni diverse.

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Il nostro è un sindacato che guarda in faccia la propria condizione, che guarda in faccia la novità dei cambiamenti.
Il cambiamento della società, il mutamento della società industriale, l’avvento dell’era digitale, la telematica, la robotica, stanno trasformando le tradizionali rappresentanze sociali del Paese, anche quelle nostre, e le dobbiamo affrontare, proprio perché la dimensione di questo cambiamento ha frantumato le relazioni sociali e collettive, come le appartenenze. Per cui abbiamo bisogno di fare un passo che guarda in avanti. E anche se siamo un sindacato dei pensionati, siamo un punto rilevante della trasformazione sociale del Paese.
E quando parlo di inclusione intendo un insieme ampio, che comprende tutto, dai migranti a tutti i soggetti fragili compreso le persone anziane.
E, per esempio, dovremo tutti prendere atto che l’invecchiamento non è un tema che riguarda solo noi, ma la società nel suo insieme, perché pone alla società, ai governi, alla politica e anche al sindacato l’idea di un diverso e nuovo welfare sociale che non sarà transitorio, avrà una strutturalità che dovrà essere affrontata per la dimensione che pone.
Parlare di welfare significa riconoscere che una diversa protezione sociale interviene sul possibile sviluppo.
Riconoscere la non autosufficienza significa fare un investimento sociale nel Paese, di democrazia, di lavoro, di qualificazione professionale.
Non è una questione solo dei pensionati. Ma una questione generale di diritto sociale. Una idea radicale in un contesto che mira invece alla divisione, a non riconoscere la differenza tra forti e deboli.

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E c’è un tema grande che interessa tutti ed è la sanità.
Abbiamo urgenza una grande piattaforma per rilanciare l’idea di sanità universale. Per l’insieme dei cittadini. E questa è una operazione politica radicale, nei confronti della politica e di chi governerà, ma anche al nostro interno.
E se vogliamo avere un ruolo nella difesa della sanità pubblica, nella difesa dei cittadini più fragili, essere comprensibili da chi ancora guarda a noi, dobbiamo essere chiari nell’affermare che la contrattazione aziendale, contrattuale, territoriale, che incrocia il tema della sanità integrativa, deve essere fermata. E si deve chiedere allo Stato di fare la sua parte: rifinanziare il sistema nazionale.
Perché così, e solo così, possiamo lanciare una vera idea riformatrice del sistema sanitario.
Questo non vuol dire assolutamente che tutto deve rimanere come prima, ma non possiamo accettare o prendere alla leggera una frattura sociale come quella che lentamente, ma inesorabilmente, si sta realizzando.

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In questi anni è cresciuto ulteriormente il tasso di disuguaglianza. Non è stato solo l’effetto della crisi ma anche di precise scelte politiche. I ricchi sono diventati sempre più ricchi, il ceto medio si è impoverito, e i poveri sono diventati ancora più poveri. Aumenta la disgregazione sociale, aumenta la violenza sulle donne, aumenta il fenomeno dell’abbandono scolastico. I bambini, gli anziani, i giovani stanno pagando il prezzo più alto di questa situazione.
Quella crescita occupazionale di cui sentiamo parlare, ma della quale non vediamo gli effetti, è fatta essenzialmente di lavoro povero, precario, a chiamata, senza diritti e senza prospettive. Per questo occorre rilanciare una battaglia sindacale, dando continuità e sostegno alla nostra proposta per la Carta dei diritti universali e al Piano del lavoro. Per ridare, al lavoro, la dignità sociale ed economica che merita.
Abbiamo l’esigenza di aprire una discussione per determinare soluzioni utili alla costruzione di una idea contrattuale diversa e più unificante. Da discutere a tutti i livelli. Per evitare che la forbice si allarghi. Anche in conseguenza di una tendenza all’auto organizzazione (per tentare di risolvere individualmente i problemi) mentre per noi sono fondamentali politiche collettive.
Abbiamo bisogno di un’idea diversa della società e del sistema di welfare. Così come c’è bisogno di ricostruire un’idea di condivisione sociale a partire dai luoghi di lavoro. Che non sono più quelli che abbiamo conosciuto.
Insieme a questo penso che c’è la necessità di costruire una grande vertenza salariale in questo paese. Aumentare il reddito netto per i lavoratori che abbiano la possibilità di spenderlo come meglio credono. Né bonus, né sanità integrativa.
Non è una eresia. Ma è una bella discussione da fare. Lì sta la linea negoziale contrattuale.
Anche questa per noi è protezione sociale delle persone.

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Questi sono i temi che abbiamo davanti, in un contesto sempre più problematico, dove si sta andando indietro in una regressione culturale pericolosa.
Dove i fascismi di ritorno possono godere del sostanziale appoggio di partiti pseudo democratici e peggio ancora della favorevole atmosfera politica e ideologica diffusa in diversi paesi europei.
Abbiamo segnali che invitano a studiare la storia e a riflettere, come quelli accaduti ad Arezzo e in Liguria, o sotto la sede di “Repubblica”, e che purtroppo si ripetono sempre più spesso.
E siccome penso che ogni volta che si affrontano questi problemi si oscilla tra il rischio di essere ripetitivi o affrontare con leggerezza problemi seri, parto da una affermazione inconfutabile: il nostro è un Sindacato antifascista. Banale? Scontato?
Cosa vuol dire allora, essere oggi un antifascista? Molte cose: il rispetto degli altri e delle loro idee, a prescindere dall’etnia e dalla cultura, la tutela delle libertà fondamentali, la condanna della violenza fisica, il contrasto alla sopraffazione e al razzismo…Combattere contro tutto questo vuol dire per noi essere antifascisti, nonostante non ci sia più chi si affaccia ai balconi o manda al confino i dissidenti; ma dove ancora c’è, ricordiamolo, chi riesuma il concetto di “razza bianca” o ipotetici meriti della “buonanima”.
L’ostentazione con cui i neofascismi si stanno conquistando alla luce del sole uno spazio politico è un fatto pericoloso.
Le ragioni di questa regressione hanno a che fare con la crisi economica, con la crisi della politica e della rappresentanza, ma sono anche lo specchio di una caduta culturale che ha fatto pensare che l’antifascismo fosse una reliquia del secolo scorso.
E allora c’è bisogno di tornare a promuovere i valori della resistenza e dei principi della nostra Costituzione, nelle scuole e nella società civile; ed in questo c’è anche un ruolo che possiamo giocare noi, facendo riferimento ai nostri valori ed al nostro statuto, per collegare l’antifascismo delle idee all’antifascismo delle azioni.
Ma soprattutto c’è bisogno che la politica, che dice di rifarsi a questi valori e ideali, batta un colpo. C’è bisogno di tornare a parlare alla gente, della gente. Prendere in carico i loro bisogni e non lasciarli in balia di chi, come a Ostia, si sostituisce, nella illegalità, a uno Stato che non c’è più.
Capite perché ritengo che oltre a dire la nostra su fatti preoccupanti a cui dobbiamo prestare la massima attenzione, come sempre facciamo, dobbiamo impegnarci a combatterli nel merito e in prima persona, perché riguardano la società che vorremmo costruire per noi, ma anche per i nostri figli e nipoti.
Una nostra idea di Paese che sottintende a una idea di sindacato che vogliamo definire per il prossimo futuro.

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Un sindacato che guarda in faccia la propria condizione, guarda in faccia la novità dei cambiamenti. E la prima novità è dettata, anche se non semplice, dal fenomeno migratorio.
Il fenomeno migratorio è un evento epocale, e al quale non possiamo sfuggire.
Troppo spesso però rischiamo di dare per scontato che le persone che rappresentiamo accettino con senso di realtà e di solidarietà coloro che a vario titolo migrano nel nostro Paese. Ma purtroppo sappiamo che non è così.
Ma sappiamo anche che il possibile sviluppo della società sarà determinato dal riconoscimento delle differenze.
Non sarà facile, perché spesso la differenza può essere conflitto. Ma riconoscere la differenza significa conoscere la tolleranza.
Siamo anche consapevoli che molta della discussione che c’è sull’immigrazione è proiezione della rabbia che respiriamo. Proiezione della paura e dell’insicurezza.
Perché se una comunità è solidale non ha bisogno di individuare il nemico, è proprio quando viene meno l’idea di solidarietà che si cerca di farlo.
Quello dell’immigrazione per noi non è un tema collaterale, ma una delle chiavi attraverso cui misurare la nostra capacità di riproporre un modello sociale solidale sapendo che su questo tema ci giochiamo una sfida epocale.
E nell’affrontare la questione siamo consapevoli che non possiamo usare scorciatoie, ma dobbiamo farlo affrontando paure, rifiuti, senza ipocrisie o falsi buonismi. La presenza di stranieri, di chi ha la pelle, religione e cultura diversa, fa crescere spesso nelle persone, in particolare quelle più anziane, un senso di minaccia alla propria identità culturale.
La crisi ha fatto crescere il timore, da parte dei cittadini, di perdere servizi, welfare, lavoro, in favore dei nuovi arrivati. Ma è proprio su questo senso di insicurezza che si fa manipolazione politica. Crescono partiti xenofobi, razzisti e populisti, si alzano muri, si minaccia di sospendere la libera circolazione alle frontiere.
“Ci invadono, ci rubano il lavoro, minacciano la nostra sicurezza, fanno crescere la delinquenza, sono un peso per il Paese, sono favoriti nell’assegnazione delle case popolari e degli asili nido, gli garantiamo più di 30 euro al giorno mentre ci sono italiani che muoiono di fame, hanno culture arretrate e vogliono cancellare la nostra. C’è la crisi e non possiamo permetterceli. Aiutiamoli a casa loro”: luoghi comuni destinati a descrivere un fenomeno come una minaccia, che rischiano di essere vissuti come una realtà.
La Toscana è da sempre territorio di accoglienza per donne e uomini con lingua e tradizioni lontane dalle nostre, donne e uomini che hanno trovato lavoro e prodotto risorse per tutti. Riconoscere questo anche alla nuova migrazione non significa accettare supinamente ciò che arriva.
Sono fermamente convinta che tutti debbano rispettare Costituzione e leggi dello Stato e che dobbiamo trovare soluzioni che garantiscano la sicurezza di tutti i cittadini.
Ma di contro dobbiamo lavorare sull’accoglienza, trovare una soluzione che non siano i ghetti. Una dimostrazione di debolezza che affidiamo alla malavita.
Quello dell’immigrazione per noi non è un tema collaterale, ma una delle chiavi attraverso cui misurare la nostra capacità di riproporre un modello sociale solidale sapendo che su questo tema ci giochiamo una sfida epocale. Le soluzioni fin qui individuate, per quanto da non sottovalutare, non riusciranno a fermare il fenomeno: venti di guerra e cambiamenti climatici provocheranno, come è prevedibile, nel prossimo futuro drammi di proporzioni enormi che non saranno certo i muri a fermare.
Ma soprattutto non possiamo pensare di risolvere il problema scaricandolo da un’altra parte o nascondendo la polvere sotto il tappeto. Perché la nostra coscienza non può accettare campi di concentramento, ovunque essi siano.
C’è lavoro per tutti allora, per le istituzioni locali, nazionali e anche per noi. Sappiamo che non sarà indolore, sarà conflittuale, ma questo tema attraversa tutti. Non va solo dichiarato, dovremo lavorare, fare assemblee, iniziative. Nella discussione con la nostra gente bisogna dire come stanno le cose, anche discutendo. Ma se facciamo così, conquisteremo tutti a una idea nuova e inclusiva. Sconfiggeremo la paura. Perché se la destra vincerà lo farà sulla paura. Dirà ai cittadini di mandare via quelli lì perché rubano i posti di lavoro, ma sappiamo che non è vero. I nostri ragazzi vanno via dall’Italia perché non trovano mestieri qualificati in rapporto ai loro studi. Lo Stato dovrebbe investire miliardi sulle nuove generazioni e cogliere il meglio anche dalla migrazione, la loro intelligenza ed esperienza. Per fare questo c’è bisogno di una grande battaglia. Sociale e culturale. E va fatta a partire dai nostri iscritti. E non possiamo stare a guardare. Dobbiamo farci carico di tutto questo per non perdere la nostra identità sociale.
Il futuro è incerto per tutti. Preoccuparsi per i diritti degli altri non è buonismo, ma oltre a essere segno di umanità significa preoccuparsi anche per i propri diritti.
Basta un cambio di rotta negli equilibri politici e non si sa a chi toccherà la prossima volta il destino avverso. Almeno preoccupiamoci di avere dei diritti in tasca.

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Sono molti e importanti gli appuntamenti che ci attendono nel 2018. Ci sarà la Conferenza dl Programma, un luogo di promozione delle idee. Nel 2009 è stata dedicata alle disuguaglianze, nel 2013 al Piano del lavoro. Questa conferenza ha l’esigenza di una visione di prospettiva su tutti i temi di cui ho parlato.
Quest’anno avremo anche il Congresso, che coincide con il cambio del Segretario generale, ma il nostro sarà sicuramente un dibattito vero delle idee.
La nostra autonomia si misura anche lì. Discutiamo cosa vogliamo fare, dove vogliamo andare e poi insieme decideremo il futuro gruppo dirigente che traghetterà questa grande Organizzazione».