Vita e morte di Giacomo Matteotti

(dal numero di gennaio 2024 di LiberEtà Toscana)

Un libro e uno spettacolo raccontano l’esponente socialista ucciso da una squadra fascista un secolo fa. Dal punto di vista delle donne

«Più che “Solo”, è il nuovo libro su Matteotti che sto scrivendo e che uscirà a maggio per Mondadori a ispirare lo spettacolo Il corpo. Questo nuovo volume va dal rapimento e l’assassinio di Giacomo Matteotti, avvenuti il 10 giugno 1924, fino al discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925. E riscopre il ruolo decisivo di quattro donne, in quei giorni, in quelle settimane. Da questo libro e da un incontro con le tre attrici protagonisti della pièce teatrale, Anna Meacci, Daniela Morozzi e Chiara Riondino, è nata l’idea di farne una sceneggiatura».

Riccardo Nencini, nuovo presidente del Gabinetto scientifico Viesseux e già segretario nazionale del Psi, in attesa della nuova pubblicazione che ci ha annunciato in anteprima e che non ha ancora un titolo, su Matteotti aveva già scritto Solo, un manoscritto in cui aveva ricostruito in forma romanzesca la vita dell’esponente politico che pagò con la vita la sua strenua opposizione a Mussolini e al fascismo nascente. Nello spettacolo teatrale Il corpo, che abbiamo visto al teatro Giotto di Borgo San Lorenzo, protagoniste sono Velia, Anna, Julka, Margherita, quattro donne che hanno legato la loro vita e il loro destino a quello dei loro uomini: Matteotti, Turati, Gramsci e Mussolini. Le vediamo agire, pensare, sentire, assumersi il peso delle proprie scelte. Quest’anno ricorre il centenario del rapimento e
dell’assassinio del segretario del Partito socialista unitario a opera di una squadraccia fascista, composta da cinque elementi: Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, capeggiati da Amerigo Dumini (accento sulla “u”, anche se lui preferiva che si pronunciasse accentuando la penultima, per fare rima con assassinii, la sua specializzazione!)».

> Nelle prime parole della pièce, affermi: «L’amore è come la guerra».
«Noi siamo abituati a leggere i protagonisti della storia come uomini o eroi o delinquenti superrimi. La verità è che sono uomini come gli altri. Anna Kuliscioff si preoccupa se il settantenne Turati va a letto con la camiciola di lana, però rimane Kuliscioff, una rivoluzionaria che ha una visione straordinaria del mondo e l’altro rimane Turati. Chapeaux! Questa dimensione umana è stata recuperata, assieme al ruolo delle donne che la storia aveva completamente cancellato. E invece, molte delle loro scelte, anche in frangenti terribili, nascono da passioni ed emozioni forti dove l’amore non è escluso. Senza Velia non si capisce l’intransigenza di Matteotti: nessun tentennamento, mai. Le donne c’erano e non avevano un ruolo marginale. Senza Margherita Sarfatti, Mussolini non sarebbe stato uomo di governo. È lei che lo fa entrare nei salotti buoni, che lo mette in contatto con il mondo imprenditoriale, che gli dà una struttura culturale».
> Matteotti è stato il primo vero antagonista di Mussolini?
«Sì, e lo è stato in maniera continuativa, perché ha l’avventura di nascere e di essere eletto nel collegio Rovigo-Ferrara, dove nasce il fascismo agrario. A Ferrara Italo Balbo, a Rovigo Finzi, uno dei quali implicato nel delitto Matteotti».
> Cosa significò il delitto Matteotti?
«L’assassinio unisce un’opposizione che fino a quel momento non lo era stata. Crea un anticorpo, che è l’anticorpo che poi ritrovi durante la Resistenza, i cui protagonisti sono i figli della stagione del 1924».
> Matteotti sapeva dei rischi che correva?
«Si, assolutamente. Ho trovato, in un posto sbagliato, a Cinecittà, un diarietto di Cesare Musatti, il fondatore della psicoanalisi italiana. Il babbo Elia, ebreo veneziano, è amico della Sarfatti ma è anche l’amico più caro di Matteotti (era parlamentare con lui). Dopo le elezioni del 1924, quelle che danno la maggioranza assoluta a Mussolini, Elia Musatti incontra Matteotti a Venezia e chiede al figlio Cesare di essere presente perché, immagina, che si tratti di un colloquio importante».
> Che si dicono Giacomo ed Elia?
«Cito dal diario di Cesare Musatti. Matteotti: “Se non facciamo niente, non siamo niente”. Elia Musatti: “Che dobbiamo fare?”. “Bisogna sacrificarsi”, gli risponde Matteotti. “Che vuole dire, Giacomo?”. “Non hai capito, bisogna che uno di noi si faccia ammazzare”. Siamo intorno al 20 aprile. Matteotti fu rapito e ucciso due mesi dopo! Non è un intento suicida, ma da quel giorno utilizza tutti gli argomenti che ha. Attacca in aula Mussolini sulle tangenti, sul falso in bilancio, su tutto. Il problema è che lo fa quasi da solo. Ci sono momenti della storia in cui bisogna stare fuori dal coro, rischiando, scegliendo le strade più difficili».
> Che insegnamento per i partiti d’opposizione?
«Alla politica non puoi rinunciare. Se ci rinunci ci sono altri poteri che ne prendono il posto e sono poteri, alla fine, più lontani dal sentimento popolare dei partiti».
> Il corpo, dopo il debutto di Firenze, a gennaio sarà a Rovigo, la patria di Matteotti, per poi essere a Livorno il 25 aprile.
«Esatto. Stiamo lavorando inoltre sulla data di Milano per avere Liliana Segre. Si è battuta per la mia legge sul centenario di Matteotti, poi approvata all’unanimità».
> Te l’aspettavi tanto interesse?
«C’è una parte dell’Italia che è pronta, che comincia a essere preoccupata per la piega che prendono le cose. Non è possibile un parallelo con gli anni Venti, non c’è un Farinacci che imperversa per le strade, ma la violenza può essere esercitata in vari modi, pensiamo a quella che circola in rete. Senza dimenticare l’idea dell’uomo solo al comando, gli attacchi continui, il ruolo del Parlamento ridimensionato, un linguaggio e una superficialità nell’affrontare i problemi che è viva anche oggi».
> C’è il rischio che del ricordo di Matteotti si impossessino altri?
«Il rischio che la sua figura sia stumentalizzata esiste. Che la si debba utilizzare per il verso giusto, nel senso di lotta per i diritti civili e la libertà non ho dubbi. Le scelte complicate
sono obbligatorie in certi frangenti. Parliamo di persone che misero a rischio la loro vita e di quelli che erano loro intorno per i loro ideali. E questo non va mai dimenticato».

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