Una sanità vicina ai cittadini. Intervista a Matteo Biffoni

(dal numero di marzo 2026 di LiberEtà Toscana)

Aree interne, telemedicina, liste d’attesa: sono le sfide con le quali giunta e consiglio regionale si misureranno per i prossimi anni, con un occhio a quanto è stato già realizzato di buono. Intervista a Matteo Biffoni.

C’è un orizzonte di marcia?

«Guardiamo ai prossimi vent’anni». Matteo Biffoni, recordman di preferenze (22 mila), già sindaco di Prato, già a capo dell’Anci regionale, è il nuovo presidente della commissione consiliare sanità e welfare della Regione toscana.

Sui temi della sanità e del welfare abbiamo già sentito, nei precedenti numeri di Liberetà, il segretario toscano dello Spi Cgil, Alessio Gramolati, e la nuova assessora toscana alla sanità, Monia Monni. La legislatura appena iniziata punta a cambiare passo su sanità territoriale e accorciamento delle liste d’attesa. A livello di giunta regionale il cammino è ormai segnato.

Cosa succederà in consiglio regionale?

«Abbiamo già fatto una prima audizione con l’assessora Monia Monni che ha fornito indicazioni molto significative. La sanità toscana, che è di grande qualità e ha una sua forza, per mantenere questi standard ha bisogno di uno sforzo importante che aiuti a fare scelte efficaci, anche di fronte a una popolazione che invecchia e che quindi ha bisogno di ricorrere più spesso al sistema sanitario».

Che tipo di scelte?

«Scelte importanti che hanno dei caratteri fondamentali, ovviamente, sanitari, l’ospedale per capirci, ma che hanno bisogno anche di una medicina sul territorio più diffusa, che passa anche attraverso i servizi sociali, la presa in carico, il medico di famiglia, l’infermiere a domicilio».

Quindi è bene che sanità e welfare siano stati messi in un unico assessorato?

«Le risorse che la Toscana utilizza sono tantissime, più di otto miliardi. Solo mettendo insieme questi investimenti si possono fare le scelte più efficaci».

Su quali punti bisogna insistere?

«La sanità territoriale, l’apertura delle settanta case e degli ospedali di comunità, i medici e gli infermieri che dovranno essere impegnati, le liste d’attesa, la sfida dei nuovi sistemi tecnologici, a partire dalla telemedicina. Abbiamo avviato il confronto su tanti temi, la commissione li affronterà in maniera ancora più approfondita. Partendo da una riflessione su quello che è stato fatto nel corso degli anni, insieme alle priorità dei prossimi. Il nostro lavoro è già iniziato, con tutte le sensibilità dei consiglieri e dei territori da rispettare».

La realizzazione delle settanta case di comunità dovrà terminare entro l’anno. Quali servizi sono previsti al loro interno? In che modo questi presìdi territoriali miglioreranno l’offerta sanitaria e sociale della Toscana?

«Sono tutti quei servizi che permetteranno ai cittadini di trovare sul territorio prestazioni che ora mancano. Non mi riferisco alle prestazioni chirurgiche, che rimangono in capo al presidio ospedaliero, ma alla parte diagnostica, che possiamo definire la medicina d’urgenza di base, di sostegno. Significa avere sul territorio una serie di riferimenti di carattere diagnostico che consentono di sgravare l’ospedale di servizi impropri, permettendo così ai medici delle strutture ospedaliere di concentrarsi sulla fase acuta».

Questi cambiamenti produrranno benefici anche per le persone anziane e fragili, che oggi hanno come unica via di sbocco i pronto soccorso?

«Bisognerà abituarsi, però è un passaggio fondamentale, proprio per la qualità della vita delle persone, soprattutto di chi dei servizi sanitari ha più bisogno, ma anche delle famiglie che hanno la necessità di portare un parente a fare una visita. Molte risposte le trova nella casa di comunità, a partire dal medico di medicina generale che, potrà capitare, non sarà quello di famiglia, ma sicuramente sarà in grado di dare una risposta. Dove trovi concentrati servizi che oggi sono sparsi sul territorio. E di questo hanno bisogno le persone più anziane, più fragili. Le case e gli ospedali di comunità diventano presìdi fondamentali per semplificare la vita, in grado di fornire risposte. Con questo tipo di organizzazione ci guadagna anche l’ospedale, che può concentrarsi sulla malattia acuta. È su questa lunghezza d’onda che siamo chiamati a operare, è questo l’approccio che ci convince».

A che punto è la costruzione di questo nuovo sistema?

«Intanto sta trovando una definizione nella sua parte immobiliare. Alla quale seguirà il lavoro sui professionisti che opereranno in queste nuove strutture».

C’è qualche altro punto in particolare da affrontare?

«Due spunti. La diffusione della sanità sul territorio significa che nessuno deve essere lasciato indietro, soprattutto nelle aree interne. L’altra grande sfida riguarda le liste d’attesa, su cui il focus l’abbiamo ben chiaro. Partiamo da buoni livelli, ma sappiamo che soprattutto su alcune specialità si registra una criticità. La risposta deve essere la più breve possibile».

Chiudiamo con un colpo di bacchetta magica: le liste d’attesa sparite, non tra vent’anni ma nel 2026?

«Avessimo davvero la bacchetta magica! Bisogna fare un lavoro insieme ai professionisti per tenere aperta la possibilità di prenotazione. Bisogna fare un lavoro, con i medici di medicina generale che rimangono un riferimento fondamentale. Una “santa” alleanza con loro, per capire quando c’è davvero bisogno diuna prescrizione per una visita specialistica, come sfruttare il più possibile le nuove tecnologie. Non c’è una risposta secca, ci sono tante politiche da mettere in piedi per ridurre i tempi di risposta e creare una sanità facilmente raggiungibile da tutti».

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