(dal numero di febbraio 2026 di LiberEtà Toscana)
La creazione di un assessorato che terrà insieme il comparto sanitario e gli interventi sociali. La centralità di case e ospedali di comunità. Le politiche per gli anziani. Colloquio con l’assessora Monia Monni
La nuova assessora regionale alla Sanità e al Welfare, Monia Monni, l’ha posta come condizione per accettare l’incarico: solo se le due deleghe, sanità e welfare, tornano insieme. È un mega assessorato che assorbe più dell’80 per cento del bilancio regionale. «Sanità e welfare sono due facce della stessa responsabilità pubblica. La vita delle persone, e non soltanto quando si invecchia, non è certo divisa in comparti. È difficile che ci sia un problema solo sanitario o solo sociale, perché c’è la salute ma c’è anche la solitudine, c’è la cura ma ci sono anche le difficoltà economiche, la casa, la possibilità di muoversi e anche quella di restare dentro una comunità».
In pratica, come si traduce?
«La risposta pubblica deve essere integrata. Tenere separati i servizi è chiedere alle persone anziane o, comunque, sole, fragili, di svolgere un lavoro di coordinamento che, invece, spetta alle istituzioni. Il compito della Regione è quello di semplificare la vita, non complicarla».
Come si caratterizzeranno i prossimi cinque anni?
«La nuova legislatura si baserà su una sanità diversa dal passato. Il sistema è in grande trasformazione. Negli anni passati la Toscana ha costruito una sanità ospedaliera di grande qualità, riconosciuta anche a livello nazionale. Questo patrimonio non si mette in discussione e continueremo a investirci. Oggi, però, è il momento di puntare sulla sanità territoriale, quella più vicina alle persone e ai luoghi in cui vivono. È il motivo per cui stiamo investendo nella realizzazione delle case di comunità, ne sono previste settanta, finanziate dal Pnrr, e degli ospedali di comunità, ne realizzeremo ventisette».
A Pontassieve, in zona ferrovia, ci sono lavori frenetici per la nuova casa di comunità. Guardo e cerco di immaginare i servizi dentro quelle mura.
«Sarà il luogo dell’integrazione tra sociale e sanitario. Nelle case di comunità ci saranno medici di famiglia, infermieri, specialisti, assistenti sociali. Saranno strutture operative, non una targa sul muro».
Ma ce la farete nei tempi previsti?
«I tempi del Pnrr sono molto stretti: i lavori dovranno essere conclusi entro il marzo 2026. Noi, intanto, stiamo dentro le previsioni del piano, con i requisiti minimi per poter usufruire dei finanziamenti. Poi, con le singole Asl e con i territori arricchiremo queste strutture in modo da farle aderire il più possibile alla singola realtà territoriale. Ogni casa di comunità sarà come un abito fatto su misura».
Sarà possibile modificare le nostre abitudini, da sempre ospedalocentriche?
«Il ruolo delle case di comunità è quello di filtro. Sarà necessario un cambio di mentalità, dovremo lavorare molto anche sul piano dell’informazione e della comunicazione, perché è un cambiamento che riguarda la vita quotidiana delle persone. Finora il sistema ha spinto le persone verso l’ospedale, anche quando non era il luogo giusto. Chiaramente, se hai un bisogno e il territorio non è in grado di darti la risposta, la soglia che si varca è quella del pronto soccorso. Le case e gli ospedali di comunità ribalteranno questa logica. La casa di comunità è il primo riferimento, è il luogo dove si trova ascolto, orientamento, cure e, infine, continuità; lì saranno seguite le patologie croniche, si farà prevenzione, si intercetteranno i bisogni sociali prima che diventino emergenze. È sicuramente un cambio culturale, perché non è più “vado in ospedale”, perché non so a chi rivolgermi, ma diventerà “so dove andare”, so che vicino casa qualcuno mi seguirà. Così migliora la qualità dell’assistenza e della prevenzione e si alleggeriscono gli ospedali, che potranno concentrarsi sulle acuzie».
Si vive più a lungo, ma il sistema sanitario non sembra ancora pronto per questo.
«Con lo sviluppo della sanità territoriale tutta la rete deve modificarsi intorno a questo nuovo elemento. Cambieranno gli ospedali e il rapporto con medici di famiglia e specialisti. In questa rete ognuno avrà una funzione specifica».
Con quali risorse?
«I finanziamenti non bastano mai perché i bisogni aumentano, mentre è evidente che sul piano nazionale ci sia un definanziamento della sanità. Quando le risorse arrivano, sono poche e vincolate».
Come immagina la sanità e il welfare tra cinque anni in Toscana?
«Vedo la costruzione e il potenziamento della sanità territoriale e una più profonda integrazione fra sanità e sociale per avvicinarsi ai bisogni della popolazione, offrendo servizi e percorsi dedicati che guardino le persone nella loro interezza. Ma anche un sistema che permetta alle persone di restare in casa propria, nella propria comunità. Gli ospedali vanno protetti e valorizzati nella loro competenza che è quella dell’emergenza, non certo della cronicità».
Il “diritto alla felicità” sarà un compito della Giunta. Riguarda anche gli anziani?
«L’invecchiamento della popolazione è un cambiamento strutturale, non un’emergenza: va governata, non subita. Gli anziani hanno diritto alle cure, ma anche al benessere e alla dignità e, soprattutto, alla relazione. Essere vecchi non può voler dire solo malattia. La sanità territoriale e un welfare integrato possono servire a sostenere l’autonomia il più a lungo possibile. Per fare ciò serve dialogo e un nuovo modello sociale. Investire più in assistenza domiciliare, in servizi di prossimità, in comunità che si prendono cura. La qualità di una società si misura da come sono trattate le persone che hanno più anni ed esperienza».









