(dal numero di giugno 2026 di LiberEtà Toscana)
L’Italia non è un paese per giovani ma neanche per vecchi. A Firenze, un rapporto di Caritas, Spi Cgil e VoisLab conferma che l’impoverimento colpisce gli anziani a livelli mai visti prima. La metà vive in condizione di grave deprivazione materiale e sociale. Solitudine e povertà colpiscono in egual misura.
Non è, il nostro, un paese per giovani ma neanche per vecchi. Se la cava, semmai, solo il maschio alfa, bianco, età di mezzo, produttivo. Se la cavano ancor meno le donne già dall’età del lavoro, che chissà non abbiano il capriccio di fare figli. È l’amara riflessione suggerita dal rapporto, Vivere al minimo, sulla fragilità economica e la solitudine degli anziani di Firenze e città metropolitana.
In un’Italia in cui, rivela Istat, il 6,5 per cento degli over 65 – più di 933.000 persone – vive in condizioni di povertà assoluta. La frattura tra redditi o pensioni e costo della vita come il diradarsi delle reti sociali castiga vecchi e giovani: vecchiaia e giovinezza sono due epoche inevitabili della vita ma diverse in base a come si vivono. Il rapporto scopre la miseria di nullatenenti ma anche di pensionati che si immaginavano tranquilli: «Si godono la pensione», è il mantra. Il rapporto è stato realizzato a Firenze e provincia, tra aprile e giugno 2025, Spi Cgil, Caritas e VoisLab, uno spin off dell’università di Pisa che si occupa di dati e impatto sociale, interrogando 445 persone:107 seguite dalla Caritas e 338 dallo Spi.
Due gruppi, miseria simile
Un’indagine, due compagini diverse ma che porta a scoperte complementari. Le organizzazioni che hanno promosso lo studio chiedono un cambio di passo nelle politiche pubbliche, con interventi integrati su pensioni, welfare territoriale. «Mi aspettavo risposte molto diverse tra chi si rivolge alla Caritas in povertà già conclamata e chi usa i servizi dello Spi Cgil che, dopo una vita lavoro, ha comunque una pensione e spesso una casa. Ma la pensione non basta più e non ce la fanno più a mantenere la casa», spiega per VoisLab la docente di statistica Monica Pratesi, che si dice «stupita che la fragilità sia in aumento in entrambi i gruppi». Il 68,3 per cento degli anziani vive in condizioni di deprivazione materiale e sociale, il 48,5 è addirittura in grave deprivazione. Solo poco più di tre su dieci riescono a collocarsi sopra una soglia minima di benessere. Tra gli anziani più fragili, oltre il 76 per cento riceve di pensione meno di ottocento euro al mese, insufficienti per una vita dignitosa. Peggio di tutti le donne anziane, spiega Pratesi, che per l’86,4 per cento sono sotto la soglia di povertà.
Zero risparmi e poche cure
Non sono i sogni a soffrire, ma la vita quotidiana. Tra gli anziani, oltre il 72 per cento non riesce a risparmiare e buona parte deve spendere più del proprio reddito, sovvertendo il vecchio adagio secondo cui sono le pensioni a reggere molte famiglie. Più di un quarto rinuncia alle cure sanitarie per costi, tempi di attesa o difficoltà organizzative. Il 55,3 per cento vive in una casa conquistata con il lavoro, ma non sa come mantenerla, quasi uno su quattro è in affitto e non sa come pagarlo. Si fatica a pagare spese e utenze. Per molti l’affitto è un peso insostenibile. La metà delle persone intervistate non ha sostegni familiari o sociali. È solo. «La solitudine è la cosa peggiore – constata Pratesi – e ha a che fare con la miseria economica. E l’angoscia degli anziani si ribalta anche sulle famiglie che ci devono fare i conti». La realtà è peggiorata perfino per la Caritas che la povertà la maneggia come compagna di vita, ma si è ribaltata anche per il sindacato. Lo rivela il segretario generale dello Spi Cgil provinciale, Mario Batistini: «Eravamo sicuri che esistesse una fetta di popolazione messa al sicuro da una vita di lavoro e dalla conseguente pensione. Abbiamo scoperto che così non è: anche per questa fetta la situazione è peggiorata e rischia di precipitare se non le viene costruita intorno una rete». Stanno peggio di tutti le donne anziane «che vivono solo di scarse pensioni di reversibilità o che hanno una loro pensione penalizzata da salari più bassi e interruzioni di carriera per maternità e lavoro di cura». Un brutto colpo: «Abbiamo scoperto che non si può sentire tranquillo neanche chi ha una casa di proprietà perché non la può più mantenere, che tanti anziani differiscono le cure mediche perché non possono più permettersele e che molti sono sulla soglia della povertà – prosegue Batistini –. La Caritas conferma che tante persone si avvicinano loro in modo intermittente, il che rivela un peggioramento anche tra chi si pensava discretamente integrato».
Un allarme per tutti
«È il segnale che sta entrando in crisi la spina dorsale del paese e che peggiorerà con l’abbassarsi delle pensioni. L’Inps ci avvisa dei tanti che rimangono al lavoro anche dopo la pensione perché altrimenti non ce la farebbero». Cresce lo spettro della solitudine, anche perché la vita si allunga e i legami familiari sono più laschi di una volta». Come Pratesi, Batistini considera «il problema della solitudine più grave di quello economico. Dobbiamo trovare nuovi modi dell’abitare per gli anziani: né soli ma nemmeno istituzionalizzati». Per Paolo Aglietti, della segreteria provinciale Spi, «colpisce soprattutto che le due estremità della vita si tocchino e giovani e anziani siano parimenti in difficoltà. Abbiamo scoperto mondi che non ci aspettavamo». Due i temi emergenti.
«Il primo: nella città metropolitana di Firenze gli anziani in difficoltà sono uno su quattro, nel 2050 diventeranno uno su tre. Secondo: la fine sostanziale della differenza che esisteva tra gli anziani assistiti dalla Caritas e quelli seguiti dallo Spi e che in genere hanno una pensione. È necessario un cambio di passo nelle politiche pubbliche, con interventi integrati su pensioni e welfare territoriale».









