Pianeta Terra 3. “La classe operaia va in paradiso”

“50 anni fa lo Statuto dei Lavoratori. Celebrarlo forse non basta?”
Il contributo di Andrea Giuntini*

Talvolta vi sono dei film che sono capaci di rappresentare vividamente la realtà del lavoro e della fabbrica più di tanti saggi. 
La classe operaia va in paradiso uscito nel 1971, dunque a un anno di distanza dalla nascita dello Statuto dei lavoratori e in un periodo della storia italiana cruciale rispetto alla parabola del movimento operaio, fotografa compiutamente il lavoro industriale, che ancora in quegli anni costituiva la spina dorsale del sistema economico italiano. 
La pellicola di Petri, benché non le venissero disconosciuti meriti artistici, ebbe un’accoglienza controversa, provocando un confronto dai toni aspri soprattutto all’interno della sinistra, critica rispetto all’immagine dei lavoratori proposta dal film. Riguardando il film oggi a distanza di così tanti anni, il sentimento più immediato è, inevitabilmente, quello della distanza, quasi estraneità, da un mondo ormai scomparso confinato nell’album dei ricordi, ma che riconosciamo, pur col disincanto di chi sa com’è andata a finire, come un capitolo fondamentale della nostra storia recente. Non senza riscontrare delle analogie, però, con il presente: individuare oggi nel nostro paese una classe operaia industriale appare estremamente difficile, ma la sopravvivenza di un tipo di proletariato diverso da quello del film – di un call center piuttosto che di una fabbrica – è invece del tutto visibile.
 
Ancora ci rassegniamo a fatica a descrivere l‘Italia in termini di paese deindustrializzato, avendo ormai storicamente incorporato il ruolo che l’espansione industriale ha avuto nella costruzione della nostra attuale (residua) prosperità. Il film di Petri va inserito nel mondo fordista di allora caratterizzato, specialmente nell’area settentrionale del paese, da una forte centralità operaia.
La fabbrica in cui si svolge la vicenda – rumorosa sporca rabbiosa pericolosa con le sue macchine che minacciano e feriscono i lavoratori intrisa della fatica degli operai – modella l’esistenza di chi la vive quotidianamente e pretende di occupare il punto focale della scena dell’economia italiana del tempo. È lei la protagonista del film. La marcia decisa dei lavoratori, destinati ad un cottimo martellante, che nelle livide mattine invernali delle scene del film oltrepassano senza esitazioni il cancello verso l’esperienza totalizzante della propria vita, è la stessa degli italiani verso il consolidamento di una ricchezza soltanto un ventennio prima del tutto inaspettata. Il lavoro alla catena di montaggio assurge a modello e chiave interpretativa di un’Italia che si avvia, immersa nelle lacerazioni ideologiche postsessantottesche e affascinata da un confuso rivoluzionarismo, verso una incerta prospettiva di cambiamento. In questo contesto si inserisce la vicenda dello Statuto dei lavoratori, che regolamenterà proprio quel mondo selvaggio, che nel film viene descritto con grande crudezza. 
 
La vicenda de La classe operaia va in paradiso ci consegna il senso del marcato cambiamento, che ha caratterizzato i decenni che ci separano dalla fumosa, ma autentica, prospettiva delineata. Nel costante scontro che anima la narrazione si scorge in controluce la sconfitta storica di un’utopia, che si tradurrà di lì a qualche anno in un riflusso e in un ripiegamento individualistico, passando per le terribili violenze terroristiche degli anni di piombo. Ma non va gettato il bambino con l’acqua sporca: il senso della rilevanza dell’ispirazione politica, un sentimento come la solidarietà operaia, la dimensione collettiva, che animano il film, sono valori che, debitamente storicizzati, possono ancora avere un significato anche nella nostra epoca.
 
(*Andrea Giuntini: Nato a Rimini il 15 aprile 1955, risiede a Firenze, insegna Storia economica e del lavoro al Dipartimento di Economia Marco Biagi di Modena)
 
5 giugno gino giugni 5

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