Pianeta Terra 3. 50 anni fa lo Statuto dei Lavoratori. Celebrarlo forse non basta?

Dedichiamo la terza puntata della nostra rubrica allo Statuto dei lavoratori  che quest’anno compie 50 anni. I primi due contributi a cura di Sergio Cofferati (72 anni), Marco Tognetti (36 anni). 

Marco Tognetti

La prima volta che ho letto lo Statuto dei Lavoratori, nella sua versione del 1970, ho pensato che fosse un testo finalizzato principalmente a disciplinare l’esistenza e le regole a protezione dell’attività sindacale. Come aderire a un Sindacato, qual è il suo ruolo, come proteggere chi vi si impegna. Lo rileggo oggi prima di scrivere, e approfondendo il Titolo I “Della Libertà e Dignità del Lavoratore” questa prima visione mi appare incompleta. Proteggere il lavoratore da misure di controllo (in persona o tramite impianti audiovisivi), affermarne la libertà di opinione, tutelarne la privacy (anche in materia di salute personale) e garantire trasparenza e confronto in caso di sanzioni già oltrepassano strettamente il Sindacato. Eppure, ancora non afferro qualcosa. Mi soffermo allora sui paragrafi dedicati alla “Reintegrazione nel posto di lavoro”, il famoso ormai abrogato art.18. Ecco! mi dico, se l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, questo testo voleva evitare che qualcuno, ingiustamente privato di questo “lavoro”, potesse trovarsi ad essere un “cittadino a metà”, il che spiegherebbe perché normare con così tanta attenzione tutta la parte sul collocamento. Quindi ok, abbastanza soddisfatto mi appresto a scrivere un articolo che non invita a riscrivere ma solo ad attualizzare questi temi: parlo così degli effetti della sharing e gig economy, o meglio della più ampia transizione verso forme di lavoro autonome mediate da piattaforme; mi preparo a citare l’importanza del diritto all’oblio nel web, dei rischi che comporta il nostro continuo “lasciare tracce digitali” anche a nostra insaputa; menziono le implicazioni indirette sul lavoro (e, non posso evitare, sull’educazione) dell’accettare senza critica una transizione digitale totale (come abbiamo sperimentato in questi mesi) e di come conciliare la cittadinanza con la disoccupazione. Tutto interessante, ma…
Poco prima di mandarlo, rileggo ancora lo Statuto e mi cade l’occhio sull’Art.11 “Attività culturali, ricreative e assistenziali e controlli sul servizio mensa”, un tema “piccolo” rispetto al resto, e mi coglie un pensiero che stravolge l’articolo e forse merita di essere condiviso: il confine fisico della “fabbrica” per quei lavoratori era anche il medium di tutto il resto, cuore centrale e ponte, e lo Statuto puntava a trasformare il centro dei problemi nel centro delle opportunità. Passati 50 anni la battaglia non ha più un luogo specifico, sufficientemente abitato, dove concentrando gli sforzi è ragionevole immaginare di migliorare tutto il sistema. Oppure, forse, l’unico vero confine con quelle caratteristiche, e per cui avrebbe senso riscrivere uno “Statuto”, ce l’ha posto di fronte il Covid (e lo farà probabilmente domani il clima): è il nostro stare sul Pianeta Terra.

Sergio Cofferati

La proposta di dar vita con una legge allo Statuto dei diritti dei lavoratori venne fatta da Giuseppe Di Vittorio nel 1952 al terzo congresso della Cgil svoltosi a Napoli. Lo stesso Di Vittorio nell’assemblea economica nazionale della sua organizzazione tenutasi a Roma nel 1950 aveva completato e varato un’altra storica proposta già affacciata nel secondo congresso celebrato a Genova l’anno precedente, quella del Piano del lavoro. Nel paese stremato dalla guerra era necessario far ripartire l’economia per creare coesione e lavoro. Da lì la proposta di un ruolo da regolatore ma anche da “imprenditore” dello Stato e l’individuazione di settori strategici non solo per Ia ricostruzione ma indispensabili per l’economia del tempo successivo. Quell’obiettivo doveva essere perseguito da tutti i soggetti in campo, sia quelli istituzionali e politici che quelli sociali. Serviva attuare compiutamente il primo articolo della Costituzione dando al lavoro il suo valore fondativo attraverso una legge che garantisse diritti individuali e collettivi a tutti coloro che lo svolgevano. Dunque politica economica per la crescita e valore del lavoro che ne è la componente principale. Lo Statuto nascerà 18 anni dopo per iniziativa dei governi di centrosinistra supportati, su quel tema, dall’opposizione comunista. Brodolini, Donat Cattin ministri del lavoro e Gino Giugni presidente della commissione che ne curò il testo contribuirono enormemente alla nascita della legge. Erano anni di grande conflitto sociale. L’economia cresceva ma le diseguaglianze e i diritti negati permanevano. Lo Statuto consentì progressivamente di ricondurre il conflitto alla sua normale dimensione fisiologica e alle condizioni del lavoro di progredire e migliorare. Il valore dello Statuto è rimasto alto nel tempo. Ciò è apparso evidente anche quando in tempi recenti gravi errori legislativi, come il job act, ne hanno mutilato alcune parti. Ci sono tratti di reale somiglianza tra la situazione economica-sociale del dopoguerra e quella che in questi tempi sta creando la pandemia. Certo le condizioni di partenza sono molto diverse, il mondo degli anni trenta non era quello globalizzato di oggi ma la caduta dell’economia e anche il dramma delle perdite umane hanno una forte similitudine. Bisogna oggi come allora uscire dall’emergenza e lavorare per la ripresa. Serve un piano finanziario e produttivo in sintonia con l’Unione Europea che, nel rispetto e nella valorizzazione dell’ambiente, produca ricchezza, serve che questa ricchezza venga destinata al sapere, alla conoscenza e alla coesione difendendo i più deboli, serve che il lavoro non perda dignità e che la dignità venga assicurata anche a chi oggi ne è privo. Per questo torna ad essere decisivo lo Statuto, che deve recuperare ciò che stoltamente gli è stato levato e che dovrà essere esteso a tutti. Solo con una coraggiosa e larghissima iniziativa per “la ripresa nel cambiamento” si tornerà a creare fiducia.