La campagna d’autunno

“Sarà una ripresa che non vedrà risolta nessuna emergenza. Basta guardare all’emergenza climatica, a quello che è successo nelle aree colpite dall’alluvione, ai costi che le famiglie devono ancora sostenere in ragione di un’inflazione che non abbassa la testa, alle questioni del reddito e del lavoro povero. Siamo ancora dentro alle emergenze che avevamo a primavera e non ci possiamo permettere il lusso, come sostiene qualcuno, che la fine delle emergenze sia il ripristino dello status quo. Perché è lo status quo che determina queste emergenze”.

Alessio Gramolati, Segretario generale dello SPI CGIL della Toscana ci riceve nel suo ufficio di via Pier Capponi. Abbiamo poco tempo a disposizione perché da lì a poco sarà impegnato in una chat che riguarda la tenuta di Suvignano, 713 ettari, la maggior parte nel territorio di Monteroni d’Arbia nel senese, il resto nel comune di Murlo, la più grande confisca avvenuta in una regione del centro-nord Italia. Per cui l’intervista si svolgerà in due tempi, una prima parte, poi il tempo della chat, nella quale sarò coinvolto, poi la seconda parte dell’intervista. Siamo in grado di anticipare poco sui contenuti della chat, ma da quanto abbiamo appreso, allo SPI CGIL sarà affidato un compito molto importante, sulla scia di quanto già si fa all’interno della tenuta: corsi di formazione sulla sicurezza e la legalità digitale.

Ma ritorniamo all’intervista sulla ripresa autunnale. Gramolati riparte da quanto aveva cominciato a dire sulle emergenze che ritroveremo tali e quali.
“Il mondo che c’era prima, per come era fatto, determina le emergenze. Se tu non hai una politica sull’ambiente non è che le emergenze ambientali non si verificheranno più”.

E non si tratta più soltanto di un problema post pandemia.
“Se il sistema sanitario non sarà diffuso e capillare sul territorio, il problema del Covid si riproporrà, con un altro nome, in un’altra formula. L’emergenza è stata determinata dai tagli di questi decenni e mi faccia aggiungere dalla cattiva organizzazione della sanità, per cui immaginare di tornare al prima significa riesporsi agli stessi problemi”.

Però il voler riproporre lo status quo non riguarda solo la sanità.
“Alluvioni, clima, reddito, sanità, persino la guerra, sono tutti temi che, da un punto di vista generale, non possono prescindere dal fatto che il mondo non può più essere unilaterale”.

Tutto questo che ci dice?
“Che la ripartenza di settembre deve significare una spinta all’innovazione, al cambiamento, non al ripristino di quello che c’era prima. Bisogna fare di più e meglio”.

Qualche esempio?
“Prendiamo le pensionate e i pensionati e la questione della sanità e della non autosufficienza. Quel modello, degli anni Settanta, che pure era costruito anche con criteri di equità e uguaglianza, non regge più alla prova dei fatti. A partire dalla dimensione demografica della popolazione di riferimento. In quegli anni nascevamo un milione di bambini, ora ne nascono quattrocentomila! Si può pensare di riuscire a far fronte a questa trasformazione facendo come prima? Assolutamente no”.

Come si dovrebbe procedere?
“A partire dalle questioni della sanità, per cambiare c’è bisogno di grandi investimenti. Per esempio, la maggiore capillarità della gestione della sanità nel territorio deve essere in grado di prevenire il rischio, riuscendo così a comprimere il periodo della disabilità. Insomma, l’esatto opposto di quello che ha fatto il Governo con i fondi del PNRR, modificando la destinazione delle risorse per la sanità territoriale a vantaggio delle grandi imprese energetiche”.

Come si può riuscire a prevenire il rischio?
“Riuscire a riconoscere i segnali che manda il tuo corpo, il tuo organismo. Oggi è possibile capire per tempo i rischi e poter così intervenire e migliorare la qualità della vita. Un sistema sanitario più pronto e reattivo evita che la situazione peggiori e non si sia costretti a correre quando c’è bisogno di soccorso. Abbiamo incardinato la prevenzione in ambito pediatrico, adesso è tempo di farlo in ambito geriatrico”.

Eppure, si ha la sensazione che si continua a vivere come se nulla fosse cambiato. Penso ai no vax, ultimamente anche ai no cambiamenti climatici.
“C’è una parte che ormai ha assunto un profilo ideologico esplicitamente negazionista, che pensa di risolvere i problemi rimuovendoli e non riconoscendoli come tali”.

È indifferente che ci si trovi a dover fare i conti con un governo di destra?
“Non lo è per una questione di prima grandezza, il rispetto della Costituzione. L’inversione del paradigma è la negazione dell’art. 3, cioè che lo Stato ha il dovere di rimuovere tutte le ragioni ostative all’equità e all’uguaglianza tra le persone. Non a caso la Costituzione parla di diritti inalienabili e doveri inderogabili. La relazione tra le persone è fatta di questo equilibrio. Invece si registra un primato della dimensione individuale sulla dimensione collettiva. Questa cosa si misura esattamente sul fisco. Si vuole il risarcimento, ma al tempo stesso non si vuol pagare le tasse”.

Questo discorso lo si potrebbe portare sull’autonomia differenziata, contro cui anche voi vi state battendo.
“Certo, sta esattamente in un attacco, al quale si deve reagire, che, come ho detto, non genera innovazione ma ripristina un Paese pre Costituzione”.

Una sfida alta per il sindacato?
“La sfida nostra non è semplicemente aver coscienza che ci si gioca tanto in questa fase, ma è dimostrare che l’azione collettiva determina condizioni migliori di quelle che vengono proposte da queste politiche. La tangibilità dei risultati è una questione indispensabile, sulla sanità, sulla non autosufficienza, sul reddito, sulle pensioni. Il movimento che si mette in campo guarda a grandi principi ma ha i piedi a terra, tra le persone e tra le loro difficoltà. Quante più queste difficoltà saremo in grado di ridurre, tanto più sarà forte l’azione che si può mettere in campo anche nella prospettiva”.

Da settembre da dove si riparte?
“Dalla grande mobilitazione che la CGIL lancerà a partire dalla manifestazione di ottobre per la difesa della Costituzione e sull’autonomia differenziata. Per quanto riguarda lo Spi, bisogna dare continuità all’iniziativa nazionale sulla sanità e sulla non autosufficienza. Serve poi una mobilitazione che faccia i conti con il tipo di legge di bilancio che il Governo pare abbia intenzione di impostare con una manovra che premia i forti e la pagano i deboli. Come accaduto per il reddito di cittadinanza, tagliato mentre si concedevano benefici agli evasori”.

Un giudizio sul percorso fin qui fatto con la Regione Toscana.
“L’idea di restare in campo sui temi della sanità per i pensionati è un tema decisivo, ma se mancano le risorse e il personale è evidente che sorgono difficoltà, soprattutto dove c’è più sanità pubblica come in Toscana. Ma nel frattempo non è che non si possa fare nulla, e noi sindacato indichiamo le priorità che non possono aspettare: equità nell’accesso ai servizi sanitari, quindi alle liste d’attesa, minore burocrazia, in primo luogo per una migliore presa in carico del paziente, la questione della non autosufficienza e quindi politiche per le Rsa, medici di medicina generale, assistenza sanitaria di base nelle aree interne”.

Si è comunque riusciti a portare a casa qualcosa? Innanzi tutto sul piano nazionale.
“Sul piano generale, il fatto che si apra una discussione, come si sta affacciando, sul salario minimo e la nuova legge delega sulla non autosufficienza, sono risultati, ma che rischiano di essere effimeri se non si definisce per ciascuno quanto, a chi, con quali garanzie? Come si cancellano i contratti pirata e si garantisce finalmente una legge sulla rappresentanza non sono dettagli. Per far funzionare la legge delega sulla non autosufficienza servono 6-7 miliardi. Quanti ne mette il governo, dove si prendono? Sono questioni decisive. Si è aperta una sottile breccia, bisogna farla diventare una strada per raggiungere tangibilmente quei risultati”.

E in Toscana?

“Anche in Toscana si sono ottenuti risultati importanti. Sulle liste d’attesa, la Toscana è la prima regione italiana, l’unica che ha migliorato le performance rispetto a prima della pandemia. In Toscana si trovano tre eccellenze ospedaliere delle sette riconosciute a livello nazionale; siamo secondi per i Lea, siamo tra le regioni che hanno il più alto gradimento dei servizi offerti, il 90% dei cittadini si dichiara soddisfatto di quello che hanno ricevuto come prestazione ospedaliera. Si sta definendo attraverso dei bandi regionali una capillare infrastruttura di facilitazione digitale utile soprattutto agli anziani. Tutto questo ci fa dire che allora siamo appagati? Assolutamente no. Lo ripeto, i temi che ho elencato prima hanno necessità di ulteriori risultati, di un cammino che va verso la definizione di un cambiamento vero”.

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