Chi ben comincia. L’intervista ad Alessio Gramolati su LiberEtà Toscana di gennaio

(dal numero di gennaio 2026 di LiberEtà Toscana)

Il nuovo esecutivo regionale dovrà mettere in moto la sanità territoriale e tenere conto dei bisogni di una popolazione più anziana. Il tutto mantenendo in equilibrio i conti. Intervista ad Alessio Gramolati (Spi Cgil)

«A costo di apparire schizofrenici la nostra aspettativa pone sullo stesso piano due necessità, in apparente contraddizione: continuità e cambiamento. La grande sfida è dare prossimità alla nascente sanità territoriale. Non si può perdere l’occasione delle risorse del Pnrr per case e ospedali di comunità, facendo in modo che non rimangano semplici contenitori, ma luoghi che riescano a risolvere i bisogni che i cittadini esprimono. Ma serve anche innovazione: la sanità territoriale significa rispondere a bisogni sociali che, complice il cambiamento demografico, stanno cambiando completamente il profilo della domanda. Questo profondo mutamento non può essere affrontato con i vecchi strumenti». È quanto sostiene il segretario regionale dello Spi Cgil, Alessio Gramolati, ora che la giunta regionale è composta e si apre una nuovo corso amministrativo che durerà cinque anni. La creazione di un super assessorato che accorpa sanità e politiche sociali fa capire l’importanza della sfida che dovrebbe caratterizzare la prossima legislatura regionale. La sanità già impegna da sola l’80 per cento del bilancio regionale, a cui bisogna aggiungere la parte del bilancio per le politiche sociali. Si potrebbe dire che l’attività della nuova giunta regionale sia in parte già scritta, come sembrano confermare le dichirazioni del presidente della Regione, Eugenio Giani, e della assessora Monia Monni. «La riforma della sanità territoriale sarà la grande sfida della prossima legislatura: con case di comunità e ospedali di comunità potremmo dare una risposta sul territorio ai bisogni di salute e di cura dove i cittadini vivono, ovunque vivano», ha detto Giani. «Sanità e politiche Sociali sono ambiti diversi ma inseparabili, attraversati da fragilità e diritti, bisogni e possibilità. Per me rappresentano un impegno chiaro: costruire risposte che tengano insieme salute, dignità e vulnerabilità», ha sottolineato Monni. La Toscana aveva previsto di realizzare almeno settanta nuove case di comunità, a cui se ne sono aggiunte altre dieci in overbooking. Ventritré è il numero minimo di ospedali di comunità da realizzare con i fondi del Pnrr. I lavori procedono e dovrebbero essere terminati in tempo, tra marzo e giugno 2026.

Gramolati, l’accorpamento di sanità e
welfare va nella direzione giusta?
«È un segnale nella giusta direzione. Non c’è nessuna possibilità di costruire una sanità territoriale se non c’è integrazione con il sistema sociosanitario. Il fatto che ci sia una governance finalmente unitaria, credo sia un passo in avanti, che dobbiamo valorizzare e capitalizzare».

Come?

«Con il concorso solidale di tutti a mantenere questo progetto, resistendo alla tentazione che in ogni momento in cui la domanda cresce, coloro i quali concorrono solidarmente a sostenerla diminuiscono. Mi spiego meglio: non può essere tutto in carico alle Regioni, il governo deve mettere le risorse. Altrimenti, se le Regioni saranno costrette a fare leva solo sull’Irpef, il rischio è che l’ostilità a un processo di cambiamento si diffonda, vanificando e affossando ogni idea di cambiamento».

Le politiche sociali hanno bisogno di
un cambiamento radicale?
«Ci sono un paio di cose da fare con urgenza. La prima è l’allargamento dell’offerta sociale sulla non autosufficienza, una questione che riguarda non solo la Toscana. Abbiamo finalmente una legge ma il governo si è guardato bene dal finanziarla. Servono presto delle risposte, perché in questo la Toscana non è leader come lo è in ambito sanitario».

Le Rsa vanno rifondate?
«Bisogna qualificarne il servizio, come parte della risposta alla non autosufficienza. Ma non può passare tutto e solo dalla Rsa. Nelle Rsa devono andare le situazioni più gravi, e per questo serve una qualità del servizio superiore, a partire da chi li segue sanitariamente. C’è bisogno in ogni struttura di un referente sanitario che risponde di quel paziente. Come è stato fatto, ad esempio, nella regione Emilia Romagna. Per fare questa operazione di cambiamento ci sono necessità organizzative, ma anche il tema dell’adeguamento delle risorse destinate alla non autosufficienza».

La semplificazione è ancora un problema?

«Finora, la semplificazione ha riguardato prevalentemente l’ambito sanitario: penso alle delibere “Nunziatina 1” e “Nunziatina 2”. Ma abbiamo problemi anche nell’intreccio tra sanitario e sociale. Nella sfida delle case di comunità se non arriviamo a una maggiore e migliore integrazione, se non troviamo forme di collaborazione, d’organizzazione, di dialogo, il rischio è di vanificare le potenzialità di riforma di queste strutture. Chi ci va e come funzioneranno? Anche una cosa semplice come avere nello stesso luogo la prescrizione e la prenotazione, può essere esiziale nel far percepire al cittadino la cifra del cambiamento. Perché non deve più essere il cittadino ad andare in giro coi fogli a cercare le risposte, ma la struttura a dare tutte le riposte in modo efficiente».

Nella passata legislatura, lo Spi Cgil
si è impegnato in iniziative come “Connessi in buona compagnia”. Il sindacato continuerà lungo questa strada?
«Questi temi riguardano non solo noi, ma anche i sindacati dei pensionati di Cisl e Uil. Anche sui temi di cui abbiamo parlato, non abbiamo mai perso né sintonia né volontà d’agire in modo unitario. Il tema non è tanto indicare i problemi, ma essere protagonisti e parte della soluzione. Non dobbiamo rinunciare a esprimere dissenso per un mondo che sta andando nella direzione sbagliata, ma non dobbiamo rinunciare al nostro ruolo che è quello di migliorare le cose, ogni volta e in ogni luogo, dove questo sia possibile».

Aumenta la povertà, i non autosufficienti,
la popolazione è sempre più anziana, diminuiscono le risorse. Problemi che riguardano anche la Toscana.
«Lo dico sempre, abbiamo sempre una buona notizia e una notizia problematica. La buona notizia è che viviamo più a lungo e la regione Toscana è tra quelle che invecchia di più. E questo è un fatto straordinario, se si pensa solo alla generazioni precedenti. Ma questa notizia si accompagna con una grande questione: vivendo più a lungo, il rischio di maggiori patologie aumenta, così come l’incidenza delle cronicità. La sfida è prevenirle prima ancora
di curarle, agire per tempo affinché queste cronicità non ci portino a ridurre la nostra autonomia. Spesso un dramma per le persone che la vivono e per le famiglie che assistono parenti non autosufficienti».

Tra le nuove deleghe introdotte, c’è
anche quella del diritto alla felicità. Ne hanno sicuramente diritto anche le persone anziane, che ne pensi?
«Mi rifaccio alla Costituzione, gli anziani per quello che hanno dato, hanno il diritto-dovere di essere felici, perché se si sentono responsabilizzati in questa operazione sicuramente l’esito sarà a favore di tutti. È il tratto identitario della confederalità: non c’è un vantaggio per gli anziani che non abbia un riverbero sull’intero sistema, e proprio questo dà forza alle cose che stiamo facendo».

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