A colloquio con Andrea Satta | In viaggio nella storia

(dal numero di ottobre 2023 di LiberEtà Toscana)

Il musicista che nella vita fa anche il pediatra, ha intrapreso un giro in bicicletta nei luoghi attraversati dal padre di ritorno da un lager nazista. Durante la guerra 650 mila soldati italiani furono internati dai tedeschi

«Ora che i testimoni diretti quasi non ci sono più, diventa ancora più importante trasmettere alle nuove generazioni l’orrore dei lager, che cosa sono stati il nazismo e il fascismo: se è successo può succedere di nuovo. Allora bisogna tenere in piedi e vigile l’attenzione su questa sponda del fiume. Accompagnare così la crescita dei figli. Va bene portare una corona il 27 gennaio, il 25 aprile, ma non basta per combattere il rischio dell’oblio». Andrea Satta è musicista, pediatra, scrittore, cantante dei Têtes de Bois, gruppo musicale che ha vinto per tre volte il premio Tenco, ed è stato inviato per quattro anni al Giro d’Italia e al Tour de France per l’Unità e Il manifesto. Dal 18 luglio al 6 agosto ha percorso 1.600 chilometri in bicicletta, da Lengenfeld in Germania fino a Roma, con suo figlio Leo di vent’anni e tanti amici che si sono uniti al viaggio della memoria per raccontare come suo padre Gavino si salvò dalla prigionia e riuscì a tornare in Italia dopo due anni nel campo di concentramento.

Suo padre, la sua storia…

«Era partito militare per la Grecia. Poi, dopo l’8 settembre 1943, gli fu chiesto di aderire alla Repubblica sociale. Disse di no e finì su un treno che lo portò dritto in un lager in Germania».

Una prigionia dura. Come si salvò?
«Miracolosamente. Il capo del campo in cui era internato, poche ore prima della liberazione, proprio quando sembrava tutto finito, decide di far chiodare la baracca di legno in cui alloggia mio padre e appiccare il fuoco. Muoiono tutti, bruciati vivi. Papà si salva perché la mattina del 14 aprile 1945 tocca a lui il turno di raccolta delle patate, nella parte superiore del campo. Dall’alto vede tutta la scena. È questa la storia che racconto negli spettacoli alla fine di ogni tappa verso Roma».

Lo spettacolo si intitola La fisarmonica
verde. Perché?
«Papà la suonava molto bene ed è anche grazie a una fisarmonica che si è salvato. Dopo la liberazione ne trova due, in un campo, insieme a un cappottone russo. Indossa il cappotto e porta con sé le due fisarmoniche. Arriva a un posto di blocco di soldati russi. Una guardia lo ferma e per farlo passare, gli chiede una delle due fisarmoniche, ma prima pretende che lui la suoni, forse voleva vedere se funzionava. La fisarmonica suona e il russo lo fa passare. È libero, nella terra di nessuno, fino a quando trova un treno merci. A cavalcioni sui respingenti riesce a tornare in Italia».

Ci arriva nel luglio 1945, mesi dopo la liberazione.
«Passa circa tre mesi a vagare, con gli altri scampati ai nazisti. Io di quei tre mesi so poco. Un fatto però me lo raccontò: alla stazione di Hof, non lontano da Dresda, papà incontra Joseph Hartmann, il capo del campo di Lengenfeld, colui che ha fatto bruciare vivi i suoi compagni nella baracca; è in borghese, dimagrito, con un cappello che gli nasconde gli occhi, inquieto, senza le Ss intorno a lui, lo trova lì e papà era con tredici compagni. Io sono pacifista ma non so in quel momento cosa gli avrei fatto… Invece mio padre e i suoi amici lo portano al comando americano di Dresda affinché possa essere processato. Con i suoi compagni, tutti testimoni dell’orrore, scrive una lettera in cui lui è il primo firmatario indirizzata al comando americano. La lettera, battuta a macchina, l’ho ritrovata in un libro, dopo la morte di mio padre».

Perché racconta questa storia?
«Ho sentito il dovere di farlo, non solo per mio padre, ma per i 650 mila militari italiani internati dai nazisti, di cui si parla sempre poco. Dissero di no al nazifascismo, e dopo l’8 settembre non era facile. Per i nazisti quegli italiani erano traditori».

Lei ha percorso 1.600 km in bicicletta in venti tappe perché non si dimentichi ciò
che è stato. Il momento più toccante?
«Allo spettacolo al cimitero germanico del passo della Futa è venuta la console tedesca in Italia, si è seduta in prima fila e alla fine dell’esibizione ha voluto indossare il cappottone russo che mio padre si è portato dietro dal lager. In quel gesto c’è tutto. Era commossa e mi ha abbracciato in lacrime. Un’emozione che non dimenticherò mai e che non dimenticherà nemmeno lei».

Come ricorda Lengenfeld?
«Come il luogo del martirio, dell’orrore, di cui mi parlava papà. A Lengenfeld, prima della mia partenza, è accaduto che una ragazza ci ha messo in contatto con il sindaco, per organizzare l’accoglienza. Poi questa ragazza ha preso un aereo ed è venuta a Roma, per vedere il nostro spettacolo il 6 agosto. E io l’ho invitata a pranzo a casa mia. Lengenfeld è ora per me anche un posto dove ho amici».

La bici del viaggio da Lengenfeld è anche simbolo dello spettacolo Il palco a pedali, un messaggio ambientalista.
«Cento spettatori tra il pubblico pedalando producono l’energia che illumina il palco, alimenta i suoni, per tutto lo spettacolo. Se non capiamo l’emergenza in cui versa il pianeta è tutto inutile».

Oltre a questo lei fa il pediatra…
«Si, in una periferia di Roma, ho bambini da tutto il mondo. Intorno all’ambulatorio è nata una bella comunità. Le mamme raccontano come si addormentavano da piccole. Un’ esperienza fantastica».

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