AI e algoritmi. Se li conosci li controlli

(dal numero di luglio agosto 2026 di LiberEtà Toscana)

Molti paesi si stanno muovendo per mitigare l’impatto della intelligenza artificiale, promuovendo corsi di alfabetizzazione fin dalla scuola primaria. Ma l’Italia e l’Europa sono in ritardo.

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Il pacchetto delle nuove tecnologie ha urgente necessità di regole e di alfabetizzazione perché nell’incapacità di padroneggiare gli strumenti crescono dipendenza, ansia e paura. Dal timore che il ricorso ai chatbot atrofizzi il cervello umano a quello che i social procurino ai minori disturbi nell’apprendimento e nella personalità o li facciano vittime di cyberbullismo, violenza, molestie online. Perfino nella Generazione Z aumenta l’ansia e un sondaggio Usa, condotto da Walton family foundation, Gsv Ventures e Gallup su un campione di 1.572 ragazzi, rivela che tra i giovani da14 a 29 anni (il 51 per cento tra questi fa uso costante dei chatbot) la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’Ai è diminuita del 14 per cento. Vediamo cosa fanno il mondo e l’Italia. Quanto a regole, la prima a intervenire sui ragazzi è stata l’Australia che ha vietato i social per chi è sotto i 16 anni fin dal dicembre 2025. Adesso, il regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) europeo fissa a 16 anni l’età in cui i minori possono prestare autonomamente il consenso al trattamento dei propri dati personali sui social network, e l’Europa sta invocando l’unificazione su questo limite anche se la normativa consente ancora agli Stati membri di abbassare la soglia fino a 13 anni. La Germania è già a 16, l’Italia – dove l’Istat calcola che l’85 per cento di chi ha tra 11 e 19 anni abbia almeno un profilo su una piattaforma social – Francia e Spagna sono al limite dei 14 anni, ma stanno orientandosi verso i 15 come farà la Grecia dal 2027. Regno Unito e Irlanda sono a 13.

Ai fin dalla scuola primaria

Se, invece, ci riferiamo all’alfabetizzazione per l’Ai, diversa da quella per l’informatica scolastica e che l’ organizzazione no-profit globale “Digitale Promise” definisce come «l’insieme di conoscenze e competenze che consentono agli esseri umani di comprendere, valutare e utilizzare in modo critico i sistemi e gli strumenti di intelligenza artificiale per partecipare in modo sicuro ed etico», solo due paesi a livello mondiale l’hanno inserita fin dal 2025-2026 nei programmi obbligatori dalle scuole primarie: Cina ed Emirati Arabi Uniti. In Cina si inizia in terza elementare tra i sette e gli otto anni e si continua per tutta la scuola primaria e secondaria. Gli Emirati Arabi considerano l’alfabetizzazione per l’Ai un investimento strategico e iniziano già a sei anni, dal primo anno della scuola primaria.

Il primato della Finlandia

Hong Kong ha reso obbligatorio un corso di Ai per la scuola secondaria e la Corea del Sud ha libri di testo digitali basati sull’Ai. In Europa, il primato va alla Finlandia dove l’Ai non è materia specifica ma è inserita nello storico e pluripremiato sistema di Media Literacy (alfabetizzazione mediatica) del paese che inizia addirittura dai tre anni per insegnare ai bambini a riconoscere le immagini dell’Ai e i deep fake, e cioè foto, video o audio falsificati in modo realistico da sofisticati software di intelligenza artificiale per sembrare veri.

Italia ed Europa arrancano

Nel resto dell’Europa, e dunque anche in Italia, di questa materia non si parla se non vagamente. L’Estonia ha lanciato un piano nazionale con il supporto di OpenAi, però solo per le scuole superiori. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti esistono linee guida di alfabetizzazione Ai, ma l’iniziativa è demandata alle singole scuole o a progetti pilota, senza un piano ministeriale unico e obbligatorio. In Italia l’alfabetizzazione alle nuove tecnologie dipende esclusivamente dalle sperimentazioni dei singoli istituti ma non esistono ore fisse di alfabetizzazione nei piani di studi. Nonostante il problema sia urgente: l’Ocse ha annunciato l’inclusione della valutazione delle competenze Ai nei test Pisa per la valutazione internazionale degli studenti spingendo di fatto i governi (non il nostro) a strutturare corsi fin dal primo ciclo scolastico nei prossimi anni.

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