Carcere: una stagione all’inferno

(dal numero di giugno 2026 di LiberEtà Toscana)

La prigione dovrebbe essere come un ospedale: entrare malati per uscirne guariti. Ma non è quasi mai così. A colloquio con il cappellano di Sollicciano, don Stefano Casamassima

«L’altro giorno è venuto da me un ragazzo, aveva la schiena tutta mangiata dalle cimici». Comincia così il colloquio con don Stefano Casamassima, nella pieve di San Pancrazio, la sua parrocchia. È un pomeriggio assolato di primavera, don Stefano apre il portone della chiesa sorridente. Da due anni è anche il cappellano del carcere di Sollicciano, a Firenze. La piazza davanti alla pieve si affaccia su dolci e verdi colline. È un panorama bellissimo. Il carcere da qui è lontano ma don Stefano lo porta con sé in ogni momento. Anche la notte, quando nel sonno si riaffacciano i suicidi di quei ragazzi in cella. «Me ne sono morti otto, li sogno» dice. A Sollicciano sono rinchiusi 570 detenuti, circa settanta sono donne. Dimenticati da tutti. Non si vedono manifestazioni, le piazze non si riempiono per denunciare la dignità umana – e la Costituzione – calpestate in carcere.

Così le condizioni tra le mura di Sollicciano continuano a peggiorare. «Negli ultimi tempi sono aumentati parecchio gli ingressi di ragazzi tra i 19 e i 21 anni: sono circa 35-40. Un’emergenza». Prima erano spesso figli di famiglie dei quartieri più degradati, magari figli di immigrati, «oggi invece sono anche i figli delle cosiddetti famiglie “normali”, non sono più solo i figli degli altri» racconta.

Quasi la metà dei detenuti «non dovrebbe stare in carcere» aggiunge. «Ci sono circa 230 persone che hanno il proprio conto personale pari a zero, non hanno un euro da poter spendere e questo vuol dire – racconta don Stefano – che non hanno nessuno fuori, sono soli. Non hanno qualcuno che dia loro un po’ di soldi, magari per comprarsi un pacchetto di tabacco che costa sette euro, oppure per telefonare a casa, lontano, oltre confine. Lavorando in carcere, facendo pulizie, o lavori di cucina o altro, si può guadagnare qualcosa, ogni tre mesi, ma è poca cosa». E allora capita che ti fermino: «Stefano mi dai dieci euro?». È l’occasione per fermarsi, ascoltare chi ha bisogno di essere ascoltato: «Faccio schifo Stefano, non ce la faccio più».

Di quelli che in carcere non ci dovrebbero stare fanno parte coloro che sono arrivati in Italia dall’estero e «non ce l’hanno fatta a scalare la montagna», poi quei ragazzi travolti dalla droga, fuggiti da casa, che dopo la strada, dopo la comunità, restano soli e finiscono a Sollicciano. In carcere arrivano poi anche i barboni e per loro – sorride don Stefano – a volte è anche meglio perché così, almeno per un po’, hanno un pasto assicurato. «C’è S. che viveva all’aeroporto, scrive cose molto belle, è come un nonno Oppure M., un ragazzo con problemi di droga: non mi vuole nessuno, dice disperato, neanche i miei genitori». Poi ci sono i malati di mente, quelli che una volta erano rinchiusi in manicomio: abbandonati dalle famiglie che non ce la fanno più o rimasti soli, approdano in cella. C’è chi urla tutta la notte, sbatte, lancia le feci fuori dalla cella, sono situazioni strazianti, persone che dovrebbero forse essere solo curate.

«Il carcere dovremmo considerarlo un po’ come un ospedale, dove si entra malati e si esce guariti. Invece purtroppo non è così» dice don Stefano. Se uno deve restare chiuso a Sollicciano per anni «non posso congelarlo e poi farlo semplicemente uscire. Dovrei investire sul suo recupero, prendermi cura di lui, liberarlo dal suo dolore. Accogliere e alimentare la sua voglia di riscatto, sì, perché in tutti questi esseri umani – dice con forza don Stefano – c’è un desiderio di riscatto che spesso purtroppo non coincide con il riscatto… Ma questo loro desiderio di riscatto va accolto, alimentato». Don Stefano si ferma. Una pausa prima di segnalare che è in forte aumento il numero di ragazzi adottati finiti in carcere. Ne ha contati almeno 35 in due anni.

Sommario

Recenti