Una città per le donne

(dal numero di marzo 2026 di LiberEtà Toscana)

L’urbanistica attuale è a misura di uomo, perfino nella toponomastica. Così, a Livorno e a Scandicci lavorano per riformarla. L’assessora Viviani: «Vogliamo un luogo più democratico, più accogliente per tutti». La sindaca Sereni: «Basta con città costruite solo sulle esigenze di maschi che lavorano e fanno sempre lo stesso percorso casa, lavoro e sport»

«In un mondo ancora a misura d’uomo – in cui perfino i test dei medicinali vengono fatti solo sugli uomini – anche le città sono a misura d’uomo.

L’urbanistica di genere vuole correggere la distorsione, cancellare il disagio delle donne e, così facendo, delineare una città più accogliente, inclusiva, vivibile ed efficiente per tutti», dice l’architetta Silvia Viviani, assessora con varie deleghe, la prima delle quali all’urbanistica, nell’amministrazione di centro-sinistra di Livorno. Dove intanto si è cominciato con il fare il Bilancio di genere, uno strumento di analisi e programmazione che valuta l’impatto nelle politiche pubbliche su donne e uomini, promuovendo la parità e la trasparenza.

Una mappa ragionata

E dove si sta anche iniziando a mettere mano all’atlante di genere che, sull’onda del progetto Sex & the City, lavora per mappare la città e analizzarne l’uso da parte di donne, uomini e minoranze di genere, individuare la diversità nei bisogni e ridurre le disparità. Come si fa già a Milano, Bologna, Parma, Ferrara. «Una conquista per le donne è una conquista per tutti perché parla di diritti non sbilanciati ma universali. Anche un’urbanistica diversa, un modo di concepire la città non a vantaggio di una o l’altra categoria di abitanti. Non è questione esclusivamente femminile ma significa una progressiva trasformazione che tenga conto della cura universale: sono le donne ad avere familiarità con la cura della vita degli altri», continua Viviani, che è anche vicepresidente di Tes (Associazione transizione ecologica e solidale) e di In/Arch Toscana, oltre a essere nella giunta dell’Associazione nazionale centri storico-artistici.

Un percorso partecipato

Queste sue dichiarazioni appartengono al convegno tenuto a Scandicci a inizio anno intitolato Eco, un piano, tante voci. Vorrei una città del genere: politiche, prassi, idee, per un’urbanistica senza confini di genere. È stato l’inizio di un percorso partecipativo tramite il quale la sindaca di Scandicci, Claudia Sereni, intende mettere con i piedi per terra la politica dell’urbanistica di genere inserendola concretamente «nella revisione in corso dei nostri piani urbanistici, per andare verso una città leggibile da un punto di vista più universale di quello con cui finora è stato costruito il mondo e sono state definite le città a misura di uomo benestante, prestante, che lavora, che fa sempre lo stesso percorso casa-lavoro-sport. Mentre la città in realtà è vissuta in modo assai più irregolare e da più realtà diverse, a cominciare dalle donne che, tra maternità, accudimento, lavoro, spesa, hanno bisogni precisi di passaggi, spazi, illuminazione, sicurezza. Una città più democratica, più accogliente e più vivibile».

Una nuova toponomastica

Scandicci alcuni atti concreti dal punto di vista delle donne li ha già fatti, racconta la sindaca. Come i distributori di assorbenti gratuiti installati nei bagni dei luoghi pubblici aperti ai cittadini, dagli uffici comunali alla biblioteca, o il “punto comune” all’interno del palazzo comunale, aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 18,30 «dove le donne che allattano possono trovare tranquillità e riservatezza anche se non hanno da fare in Comune», conclude Sereni. La quale progetta di aprire alle donne «che hanno fatto la storia» la maschia toponomastica cittadina.

Dal genere alla generalità

Il punto fermo di Viviani è che «le questioni di genere portano inevitabilmente alle questioni generali: si tratta di diritti sociali e di diritti universali. Dunque, se parliamo di piani urbanistici, parliamo non solo di donne ma di come debbano servire a tutti». È la convinzione su cui si basa il convegno organizzato da Sereni che non lo intende come un dibattito accademico ma un punto dal quale partire per fare. Parlando soprattutto alle donne in posizioni decisionali e con facoltà di orientare i soldi pubblici con cui costruire la trasformazione. «L’occhio e l’esperienza del vivere quotidiano delle donne possono dare indicazioni universalmente utili – spiega l’architetta –. In una passeggiata per la città individuano subito, proprio perché la frequentano nelle sue varie sfaccettature, se sul percorso ci sono o mancano servizi, se la loro posizione è o non è razionale, se sono facili da raggiungere. Hanno un’idea chiara degli spazi verdi, come gestirli al meglio e crearne di nuovi. Lo sanno perché ci portano i bambini. Hanno anche idea di come inserire, magari nel verde, i bagni pubblici che non ci sono mai, cosa di cui loro hanno più bisogno mentre gli uomini se la cavano comunque. Non è un fatto pittoresco, è un grosso disagio».

Percorsi differenziati

Si lavora anche sui percorsi che seguono abitualmente le donne nelle città. «Abbiamo verificato – continua Viviani – che, se le donne devono fare un percorso, ne scelgono uno magari più lungo ma più illuminato e questo può dare indicazioni per la sicurezza in generale. Sono quelle più interessate a una buona organizzazione dei servizi pubblici, essendone le principali fruitrici visto che l’automobile è ancora vissuta principalmente al maschile ed essendo più interessate all’ambiente. Sono più vicine alla popolazione giovane. Hanno maggiori esperienze di sanità e benessere psicofisico, visto che sono abituate a occuparsi di cura e dunque già esperte, capaci di farsene carico per tutti».

 

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