Fascismo e antifascismo non sono questioni che riguardano il secolo scorso

daniela-cappelli

«Penso che siamo in una fase di grande emergenza democratica, ma soprattutto sociale. Macerata è soltanto l’ultimo episodio che possiamo registrare in ordine di tempo. Qualcuno lo ha definito un gesto folle; io credo che dietro ci siano grosse responsabilità politiche, di chi affronta quelli che sono problemi reali, problemi veri, scaricando però delle responsabilità.
Di questo odio strisciante ne abbiamo fatto le spese anche noi, con alcune nostre sedi che sono state prese di mira semplicemente perché noi continuiamo a difendere i diritti di tutti.
Quando si parla di antirazzismo, di antifascismo, io ho sempre paura di cadere nella banalità, in qualcosa di scontato, ma sento la necessità di ribadire che il nostro è un sindacato antifascista. Non mi interessa se è banale o scontato, ma per noi ha un preciso significato: vuol dire che noi difendiamo la libertà di tutti, siamo contro qualsiasi tipo di violenza, rispettiamo le persone a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa, siamo contro il razzismo.
Detto questo, dobbiamo essere consapevoli che ci sono delle responsabilità dietro a quanto sta accadendo, e anche delle precise decisioni che sono state prese a tavolino. Perché si sono create condizioni di disuguaglianze enormi tra la gente, si sta conducendo una campagna elettorale basata sulle paure, si vuole creare una divisione fra le persone, facendo passare l’idea che quello più povero di noi sia responsabile delle difficoltà che viviamo noi, e basando il tutto su dei luoghi comuni. Uno dei quali riguarda la percezione della presenza degli immigrati sul nostro territorio. Una percezione che è quattro volte rispetto alla realtà. Se chiedete agli italiani quanti pensano che siano gli immigrati in Italia, la percezione delle persone va dal 25 al 30%, mentre il dato reale è pari all’8%.
Ma ci sono anche altri luoghi comuni: “dobbiamo aiutarli a casa loro”, “sono troppi, non ce li possiamo permettere”. Credo che questo debba farci interrogare, perché se è vero che – e sono la prima a sostenerlo –, rispetto a chiunque arrivi nel nostro Paese, deve essere garantita comunque la sicurezza dei cittadini, devono essere rispettate leggi e Costituzione, è anche vero che c’è una cosa che si chiama accoglienza. Ed essere antifascisti vuol dire che noi, al di là delle misure che sono state prese – alcune anche importanti, che non voglio sottovalutare – non potremo mai essere d’accordo su campi di concentramento fatti in qualsiasi Paese. Non possiamo essere d’accordo. Abbiamo già conosciuto i campi di concentramento – qualcuno prima di noi, certo, non noi direttamente. Questa non può essere la nostra politica.
Credo dunque che ci siano delle grosse responsabilità politiche, ci sia un problema di rappresentanza. E ognuno deve guardarsi in casa e decidere che cosa fare e quale contributo dare.
Faccio un esempio: negli anni Trenta, nelle scuole italiane si insegnava a bambini e ragazzi che non era giusto garantire diritti sociali e civili agli stranieri, agli ebrei, alle persone di colore, agli zingari. Quello era l’insegnamento perché quella era la società che si voleva costruire. Credo che questo debba farci pensare, perché oggi si assiste al ritorno di queste idee. Basta guardare alle cose che vengono dette, anche da buona parte della politica, in questi ultimi giorni.
È vero che oggi non c’è più chi si affaccia dal balcone o manda la gente al confino, ma dovrebbe far pensare il fatto che qualcuno rispolveri il concetto di razza bianca, o ipotetici meriti della buonanima.
Bene: il nostro è un sindacato antifascista. E antirazzista. Per questo abbiamo deciso di avviare due percorsi, che ci chiamano in causa, attraverso il nostro statuto, il nostro regolamento e la nostra coscienza. Noi faremo prima di tutto un percorso formativo in tutte le nostre strutture in Toscana per combattere i luoghi comuni sul tema dell’immigrazione. Non vogliamo affrontarlo con ipocrisia, perché sappiamo che ci sono dei problemi, e che questi problemi vanno esaminati. Ma non lo si può fare utilizzando dei luoghi comuni: i problemi vanno affrontati cercando le soluzioni, dando risposte che rispettino le persone, la democrazia e la libertà.
L’altro percorso riguarda un progetto che vogliamo realizzare nelle scuole. Ogni anno noi lanciamo un progetto sulla memoria, che mette a confronto anziani e nuove generazioni su questioni importanti. Per creare nuova cultura anche nelle nuove generazioni, quelle che non hanno vissuto questi problemi e che sono – anche se, per fortuna, non sempre – più vulnerabili a falsi stereotipi.
La regressione culturale alla quale stiamo assistendo sui temi dell’antifascismo ha fatto pensare che fascismo e antifascismo fossero problemi del secolo scorso. Evidentemente non è così, perché la società che abbiamo di fronte – basti pensare a quello che succede a Ostia – interroga anche noi; interroga soprattutto la politica, quella che professa questi valori. Dobbiamo tornare dalla gente a parlare della gente, dei loro problemi, facendoci carico dei loro bisogni. Non lasciarli a qualche organizzazione che si sostituisce, nell’illegalità, a uno Stato che non c’è.
Credo che così noi rispettiamo i nostri compiti, ci facciamo carico ancora una volta di quello che pensiamo e che vogliamo costruire, perché da qui si parte per costruire la società di domani, per noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti. Soprattutto, si ridefinisce un’idea di sindacato per il futuro, che ci servirà anche per il prossimo congresso».

Daniela Cappelli, Segretaria generale Spi Cgil Toscana.